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pietrovComo, 7 apr – “Una volta gli ero addosso, incollato. L’avevo, come si dice adesso, ingabbiato. Si è girato con una piroetta, un tunnel ed è volato via. Io allora sono scattato e l’ho raggiunto e chiuso in angolo, lui si è messo a ridere: ‘Hanno ragione a dire che sei Hulk: ti manca il colore verde’”. Pietro Vierchowod è di Calcinate, provincia di Bergamo, ed ha marcato epopee di attaccanti passati per il nostro massimo campionato da Boninsegna a Shevchenko, ma sopratutto chi lo definì l’uomo verde nel mezzo di un’azione concitata, sua maestà Diego Armando Maradona.



“Nelle situazioni difficili, ci possiamo permettere di attaccare in molti, tanto c’è Vierchowod che recupera”: il barone Nils Liedholm lo dipingeva come una montagna di muscoli e fiato al servizio della Capitale, e con la maglia giallorossa vinse il suo primo scudetto, correva la stagione 1982-83.

La carriera parte da molto lontano, da Kiev, la dove suo padre Ivan Luchianovic era nato. Divenuto soldato ucraino dell’armata sovietica fu fatto prigioniero, durante la Seconda Guerra Mondiale, a Bolzano poi a Pisa ed infine a Modena. Ma per Vierchowod senior l’idea di tornare in Ucraina era una bestemmia, colpa della donna che diventerà sua moglie conosciuta a Spirano nel bergamasco. Il 6 aprile di 57 anni fa nasceva lo Zar – per via delle origini – una carriera spesa tra serie A e nazionale (con cui vincerà il Mondiale del 1982 senza mai giocare). A 16 anni la prima categoria maglia dello Spirano ed un provino fallito con il Milan. Poi il lento salire, prima alla Romanese in serie D per passare al Como. Con la maglia lariana vince la serie C, poi la B ed a 20 anni gli si apre lo spiraglio del “campionato più bello del mondo” sotto i tacchetti.

Alla sua porta bussa Mantovani, storico patron della Sampdoria, e lo fa suo, ma c’è un problema: i blucerchiati giocano in B, così Pietro decide di rimanere in prestito secco nel comasco, la A chiama. L’anno dopo è un altro prestito alla Fiorentina, secondo posto alla spalle della Juventus, fino alla maglia della Roma ed i primi trionfi. Con indosso l’effige di campione d’Italia, finalmente, veste i colori della Doria iniziando una storia d’amore lunga 12 anni. Alla base della sua militanza genovese un patto tra lui, Vialli e Mancini: “non lasceremo la Samp fino a quando non vinceremo lo scudetto”, firmato col sangue. Lo scudetto arriva, anno 1991, la Coppa dei Campioni invece la accarezza, spazzata via da un bolide a 189 km/h di Ronald Koeman vestito di Barcellona in quel di Wembley.

Il 1996 è realtà quando, a 37 anni, la Juventus lo mette sotto contratto. “L’allenamento cominciava alle dieci del mattino, io alle otto e mezzo ero già in campo. Spesso arrivava l’Avvocato. Non mi chiedeva di calcio, era curioso di tutto. Era stato in cavalleria e voleva sapere di mio padre soldato dell’armata sovietica. Della prigionia, del suo lavoro in Ucraina. Poi parlava anche della Juventus. Nella Juve sono stato bene, c’era la struttura ideale per giocare al calcio. Come al Milan: tu devi pensare solo a fare il giocatore. Alla casa, all’affitto, al pediatra ci pensano loro”. Qui regala a Lippi ed al popolo bianconero l’ultima Champions League in dote sotto la mole, poi i piemontesi vireranno su Montero e Iuliano facendo dirottare Vierchowod in direzione Perugia.

In Umbria dura un amen, litiga con Galeone definendo i suoi metodi non da A così si accasa al Milan, il mondo che ritorna al suo posto 22 anni dopo. Una stagione mediocre, in un rossonero sbiadito che lo conducono al Piacenza sua ultima meta. Contribuisce a due salvezze degli emiliani, mentre la terza annata finisce con la retrocessione in cadetteria dei lupi e il suo ritiro a 41 anni. Si siede anche in panchina Catania, Firenze, Triestina e Budapest Honvéd, ma la sua dimensione era un’altra quella del soldato centrale schierato in difesa, una dimensione fatta di normalità quanto di inossidabilità.

Lorenzo Cafarchio



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