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Prato, 20 giu – Benvenuti nel mondo globale, dove i diritti dei lavoratori sono una sovrastruttura sociale da abbattere. Volete le porte aperte, cancellare i confini, sostituire i popoli, integrare chi se ne frega di integrarsi ma punta a disintegrarvi? Nessun problema, potete prendere spunto da quanto successo ieri a Prato, città toscana nota purtroppo per il lento declino del tessile italiano a vantaggio del boom produttivo cinese.

In via dello Sprone, come riportato da La Nazione, un gruppo di operai pakistani è stato assalito a freddo e malmenato da un altro gruppo composto da cinesi. Una sorta di spedizione punitiva organizzata dai datori di lavoro, cinesi, degli operai pakistani che stavano protestando “per chiedere un contratto regolare e la fine di turni di 12 ore al giorno senza riposo settimanale”. A denunciare l’accaduto è stato Luca Toscano del Sì Cobas, ovvero un sindacato che magari stavolta (ottimistici auspici) si è accorto dei bei frutti prodotti dall’immigrazione incontrollata.

Lo stupore del compagno Rossi

Sul posto sono prontamente intervenute ambulanze e volanti della polizia, con la questura che ha confermato quanto accaduto e sottolineato che otto operai pakistani sono rimasti feriti e dunque portati in ospedale. Il sindacalista Toscano ha spiegato che la protesta dei lavoratori del Pakistan è avvenuta dopo che l’azienda cinese ha deciso di disertare “il tavolo di incontro che avrebbe dovuto vedere la sottoscrizione di un accordo per la regolarizzazione” degli operai.

Il governatore toscano, il compagno Enrico Rossi sempre particolarmente attento al tema immigrazione, si è detto “stupefatto di questo episodio”, perché “se confermato, si tratterebbe di un fatto molto grave e di un’ulteriore conferma dell’esistenza di una catena di sfruttamento intollerabile per una regione civile come la Toscana, dove i diritti devono essere rispettati”. Già, ma chi ha provocato questa violenza e chi ha generato e continua a generare questa catena di sfruttamento?

Alessandro Della Guglia

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5 Commenti

  1. HAHAHA…una società multirazziale e multiculturale?
    Questo è solo l’inizio e la merda da mangiare sarà tanta, a vagonate.

  2. L’articolo è scritto bene e mette il punto. Sono di Firenze e conosco benissimo la storia dei Cinesi in Toscana essendo stato un piccolo imprenditore nel settore pelletteria. La furbata iniziale di affittare i capannoni e così vivere di rendita si è rivoltata contro nel tempo, i cinesi popolo forte e capace da sfruttati sono diventati sfruttatori e questo è nella loro indole. Lo sbaglio è nella fermezza ideologica che annula la conoscenza e consapevolezza annientando la verità. Se Rossi avesse vissuto come ho vissuto io le fabbriche Cinesi che hanno decretato la fine dell’Artigianato Fiorentino che ci ha reso immensi e unici per secoli non cadrebbe dalle nubi e saprebbe che tutte le fabbriche cinesi che solo a Prato nel tessile sono 5000 usano manodopera Pakistana in un sistema collaudato prendano i richiedenti asilo già pagati da noi Italiani vitto e alloggio e li mettono a 3€ l’ora per 12ore con la Domenica di riposo e c’è già la concorrenza di quelli dello Sri Lanka che invece pur di lavorare prendono 2.50€ e la sostituzione degli operai Cinesi che sono più cari necessitando anche vitto e alloggio che nel loro caso (noi) non paghiamo. È la reale distruzzione del Made in Italy che ancora oggi vive su la forza di quell che è stato, illudendo.. Ma se continua ad prevalere l’ideologia su la verità, sul talento come può durare ancora.? Il Made in Italy quando si saprà realmentete che non c’è nessun Italiano ad farlo, chi lo comprerà e perché? In un pensiero allargato potremo dire che ancora la testa è Italiana, ma è una ricchezza per pochi che dura solo per chi comanda non c”è più la base oramai sostituita, nessun Italiano aprirebbe una Tessitura od una Pelletteria come hanno fatto i miei genitoriche da apprendisti, operai sono diventati Artigiani di un modo di fare le cose che oggi è in mano ai Cinesi..

  3. Finché i cinesi avevano operai loro connazionali non succedeva… da almeno tre quattro anni però di cinesi che stiano ad lavorare dodici ore al giorno, sette giorni su sette, su una macchina da cucire se ne trovano sempre meno: aveva “senso” quando questo significava prendere quattro volte tanto quello che avrebbero guadagnato, nelle stesse condizioni in Cina, (anzi peggio:da noi se ti tagli un dito in ospedale te lo riattaccano gratis…), ora non più visto lo sviluppo in Cina. Quindi è tutto un rivolgersi a pakistani per cucire, ad africani per lavori di fatica etc etc e i problemi sorgono, eccome se sorgono! Se da Prato vanno via i cinesi non spariranno solo le loro aziende e venditori all’ingrosso , ma andranno a gambe all’aria pure decine e decine di aziende italiane di abbigliamento che hanno terziarizzato tutta la produzione a loro (e ben gli sta…)

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