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Bruxelles, 9 dic – La nostra pubblica amministrazione finisce di nuovo sul banco degli imputati. La Commissione Ue ha deciso di portare l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea per le eccessive lungaggini nei pagamenti alle imprese da parte della Pa. Dopo tre anni dall’apertura del processo di infrazione, sono ancora necessari in media cento giorni per incassare il dovuto dalla pubblica amministrazione. In base alla direttiva Ue sui ritardi di pagamento, le amministrazioni pubbliche sono tenute a pagare le merci e i servizi acquistati entro trenta giorni o, in circostanze eccezionali, entro sessanta giorni dal ricevimento della fattura. Duro il giudizio del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani che accusa il governo italiano “di aver fatto di tutto per non rispettare le regole. Anche nel 2013, quando Bruxelles ha concesso la possibilità di sforare il Patto di stabilità per pagare i creditori della Pa, questa opportunità non è stata utilizzata”.



La notizia certamente non può sorprendere nessuno. Nel 2016, tra gli acquisti di beni e servizi e gli investimenti fissi lordi, la Pa italiana ha fatturato ai propri fornitori e alle imprese appaltatrici centosessanta miliardi di euro. “In totale assenza di dati ufficiali, si stima che una parte di questi non siano stati saldati e che questa fetta oscilli tra un valore minimo di trentadue miliardi fino a un massimo di quarantasei miliardi”. Questo è quanto denunciava lo scorso maggio la Cgia di Mestre. Vediamo meglio come si è giunti a questo dato. L’associazione degli artigiani mestrini spiega che “suddividendo in via puramente teorica i centosessanta miliardi di euro nell’arco dell’anno e ‘pesandoli’ su dodici mensilità nel caso delle Pa che pagano a trenta giorni e in sei mensilità per quelle che invece saldano a sessanta giorni (come la sanità), si ottiene la cifra di diciannove miliardi di debiti fisiologici che non vengono onorati nell’arco dell’anno perché non sono ancora scaduti i termini di pagamento previsti dalla legge”. Purtroppo, però, lo stock rischia di essere più alto. Secondo l’Istat, infatti, l’importo – riferito solo ai debiti di parte corrente che l’istituto ha notificato alla Commissione europea per l’anno 2016 – è di cinquantuno miliardi di euro. La Banca d’Italia, invece, stima un importo pari a sessantacinque miliardi di euro (anno 2015). Di conseguenza, l’ammontare dei debiti per i ritardi di pagamento che la pubblica amministrazione dovrebbe saldare oscilla, secondo una nostra stima, tra un valore minimo di trentadue miliardi (dato dalla differenza tra cinquantuno e diciannove) e un valore massimo di quarantasei miliardi (importo risultante dalla differenza tra sessantacinque e diciannove).

La puntualità dei pagamenti è particolarmente importante per le Pmi che confidano in un flusso di cassa positivo per assicurare la propria gestione finanziaria, la propria competitività e, in molti casi, la propria sopravvivenza. Il rispetto della normativa promossa da Bruxelles è fondamentale per la nostra economia. Nel sistema economico italiano operano, infatti, oltre 3,8 milioni di imprese, di cui circa il 99% è rappresentato dalle cosiddette Piccole e Medie Imprese (imprese che impiegano fino a 250 dipendenti e che fatturano fino a cinquanta mln di Euro). Le Pmi hanno un’elevata importanza nel nostro sistema produttivo: contribuiscono in larghissima misura alla formazione del PIL – Prodotto Interno Lordo, occupano circa l’80% della forza lavoro totale e giocano un ruolo decisivo sullo sviluppo economico del Paese. Una volta tanto che l’Europa ci chiede qualcosa di buono, la nostra classe dirigente fa orecchie da mercante.

Salvatore Recupero

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