Roma, 23 mag – In questi giorni si fa un gran parlare di un signore che, salvo che per gli economisti di professione, era scomparso dai radar dai primi anni ’90: Paolo Savona. Indicato all’inizio come candidato premier della coalizione gialloverde, Savona sarebbe alla fine stato indicato come possibile ministro dell’Economia. Se non ché, secondo le indiscrezioni circolate, Sergio Mattarella avrebbe opposto un veto a causa delle posizioni troppo poco europeiste dell’economista. La figura di Savona, in realtà, ben dimostra l’ambiguità di una certa classe dirigente, che non sempre è riconducibile a uno schema buoni/cattivi. Ministro nel governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi, proveniente da Bankitalia e Confindustria, legato ad ambienti mondialisti come quelli legati all’Aspen Institute, l’economista ha non di meno espresso negli ultimi anni delle tesi interessanti su Europa e Euro.

Quello che pochi ricordano, tuttavia, è che Savona firmò anche la prefazione a un’opera di Ezra Pound, Lavoro e usura, uscita nel 1996 per i tipi delle edizioni All’insegna del pesce d’oro di Vanni Scheiwiller. L’opinione di Savona su Pound è in realtà in chiaroscuro e non mancano, in quel testo, passaggi che suonano decisamente stonati, se riletti oggi. Savona esprimeva apprezzamento per le tesi poundiane in quanto «reazione intellettuale a una realtà difficile», senza negare che in esse «si trovano concetti di penetrante attualità». In generale, tuttavia, per Savona «le idee di Pound in politica economica, cioè le sue proposte di correzione dei difetti del capitalismo finanziario, non meritano una seria considerazione: la sua terapia dei difetti del capitalismo finanziario resta un semplice progetto intellettuale». Talora puntuale nella denuncia, l’analisi del poeta si perderebbe nella costruzione: «Se la sua Economics è naïve, primitiva, la sua Economic Policy sembra a me quasi inconsistente, se non proprio perniciosa».

Il banchiere ci invita piuttosto a riferirci agli economisti ortodossi che avevano presentito le stesse problematiche del poeta ma ad esse avevano dato una soluzione meno immaginifica, avevano, cioè, «studiato con pazienza e corretto con tenacia i sistemi finanziari nazionali e quello internazionale, affinché non si ripetessero gli errori del passato e si riducessero i difetti del suo funzionamento». Del resto, continua, «la scienza economica ha fatto molti progressi rispetto all’epoca in cui Pound è vissuto e non è più possibile che si ripetano errori monetari o reali come quelli che condussero alla Grande depressione del ‘29 o al “Grande Indebitamento” dello Stato negli anni Settanta». Era il 1995. Una decina d’anni dopo sarebbe scoppiata una crisi che tutti gli esperti hanno definito peggiore di quella del 1929.

Adriano Scianca

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