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Quattro novembre: celebrare la Vittoria nel mito dell’Europa potenza

by Marco Battistini
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4NOV V

Roma, 4 nov – Il 4 novembre 1918 entrava in vigore l’armistizio di Villa Giusti. Con l’arrivo – il giorno precedente – del nostro esercito in quel di Trento, e il contestuale sbarco della Regia Marina sulle coste triestine, si concludeva per l’Italia il primo conflitto mondiale. Tre anni più tardi il morente governo Facta istituì quindi la “festa della vittoria”, ricorrenza che assunse un’importanza sempre maggiore con la successiva esperienza di governo. La meritata rilevanza andò al contrario declinando dalla fine degli anni ‘70 in avanti. Eccoci all’anno scorso, quando – almeno simbolicamente – le immagini di Ignazio La Russa al sacrario di Redipuglia, in piedi sotto al diluvio, hanno ridato (minima) dignità a questo avvenimento cruciale della storia italiana. Ma affinché il passato possa essere davvero terreno fertile, il nostro compito è quello di proiettarne il retaggio in ottica futura. Non bastano insomma “memoria e gratitudine” – per utilizzare le parole del presidente del Senato. Può sembrare un’eresia, ma non lo è: oggi celebriamo la Vittoria guardando al mito dell’Europa potenza.

Vittoria mutilata, soprattutto ai giorni nostri

Qualche giorno prima di quel fatidico quattro novembre il Corriere della Sera citava le parole di Gabriele D’Annunzio. “Vittoria nostra, non sarai mutilata” titolava – il ventiquattro ottobre – lo storico quotidiano fondato a Milano nella seconda metà dell’800: sappiamo che non andò così. L’inadeguatezza politica di Orlando e Sonnino, sommata alle volontà americane – già allora contrarie allo sviluppo di elementi europei coesi e potenzialmente protagonisti – portarono all’incompleta realizzazione del patto di Londra. Ieri mutilata territorialmente, oggi (cosa ancora più grave) spiritualmente. Non solo perché in tanti, troppi ne hanno perso il ricordo. L’Italia – e con essa lo spazio continentale – sembra infatti aver abdicato al suo storico ruolo. Propulsione innovativa e missione ordinatrice.

“Una patria come non si è mai vista”

Come è ovvio che sia – rispetto al 1918 – cambiano le prospettive e, giocoforza, variano inevitabilmente i contesti. A rimanere tale dev’essere il nostro essere, il centro a cui fare riferimento. Riprendendo le parole di Adriano Scianca “i popoli europei hanno condiviso le stesse conquiste, condividono oggi la stessa alienazione”. Scienza, esplorazioni, pensiero, cultura. Sono interminabili i primati che l’uomo del Vecchio Continente si è costruito nel corso dei secoli. Celebrare oggi la vittoria, onorare il sacrificio di chi – oltre all’Italia – ha contribuito a (ri)fare gli italiani significa quindi accettare con lo stesso spirito le diverse sfide poste dal presente. Sintetizzando Dante e Pierre Drieu La Rochelle: tornare giardino dell’impero nel contesto di una patria come non si è mai vista. Questa eredità, straordinariamente ricca, ma anche carica di doveri (per dirla con Nietzsche) ci chiama ad affrontare almeno cinque grandi partite.

Vittoria ed Europa potenza: cinque sfide da affrontare

La prima battaglia che stiamo già combattendo – repetita iuvant – è innanzitutto quella culturale. Ma è solo il primo passo, perché l’ottica di lungo periodo ci impone di trattare (il prima possibile) la questione demografica. Al relativo inverno non si risponde esclusivamente con inefficaci campagne a sostegno della maternità. Nel contesto di una visione politica – quindi etica – ben precisa, bisognerà fare un ulteriore passo verso gli aiuti che la ricerca scientifica in tal senso può darci. Non c’è potenza poi senza indipendenza energetica. Oltre alla via rinnovabile, il percorso europeo non può prescindere da un preciso piano per il nucleare. Un’altra sfida risponde al nome di intelligenza artificiale, da svilupparsi prometeicamente al di là di ogni deriva imprigionante o, al contrario, luddista. Capitolo lavoro, strettamente collegato al discorso IA. Il problema occupazionale infatti può essere risolto solamente per mezzo di soluzioni continentali ed italiane: ancora più tecnica e una sempre maggiore partecipazione del lavoratore alla gestione (e agli utili) dell’impresa.

Un noto uomo politico del secolo scorso, forgiatosi come tanti connazionali tra le trincee del confine alpino, mise in pratica idee audaci ed originali. Mediterranee, senza dubbio. Ma soprattutto europee. Rispondere con la giusta tensione a questi interrogativi è l’unico modo per celebrare degnamente il quattro novembre. Perché, come scrive lo stesso direttore del Primato Nazionale nella sua ultima fatica, “l’inerzia della storia potrebbe portare in direzioni inaspettate”. In palio un’altra vittoria e l’Europa potenza.

Marco Battistini

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