Roma, 27 dic – La follia politicamente corretta vuole che allo stadio si vada con la stessa compostezza con cui ci si reca alla messa. Sguardi bassi, pacatezza, un generico rispetto per gli avversari in campo e nella curva opposta dello stadio. Qualche coro asessuato in stile mondiali, un livello alcolemico bassissimo e il famigerato fair play che sempre va garantito ai nostri dirimpettai. Il contrario, ossia un sano antagonismo che ovviamente non deve degenerare nella violenza da strada, è vietato. Meglio: non è del tutto vietato, ma lo è se l’attacco all’avversario si basa su battute o insulti apparentemente razzisti. E lo sono solo apparentemente poiché nessun giudice di anime potrà mai verificare la profondità dell’eventuale sentimento razzista provato da chi sta gridando.

Sappiamo però che l’intento del tifoso è quello di mettere in difficoltà la squadra avversaria in campo, sostenere la propria e, se possibile, dirne un paio ai tifosi avversari. È così da sempre, dalla notte dei tempi, e non capiamo per quale motivo dovrebbe oggi sorgere una sorta di bon ton da rispettare all’interno degli impianti sportivi. Ragionando secondo logica, a un giocatore cui è morta la madre, se lo si vuole colpire nel vivo, gli si darà del figlio di buona donna, esattamente come è accaduto sempre a Marco Materazzi, il quale optava poi per la gambizzazione dell’avversario in campo. Un mito, una bandiera difatti. E nessun arbitro, nessun suo allenatore, nessun compagno di squadra ha mai ritenuto necessario inscenare una protesta a metà partita minacciando di abbandonare il campo in segno si solidarietà. Cruciani direbbe che per tutti quei milioni possono sopportare degli insulti. Non ha tutti i torti, soprattutto se si pensa che l’insulto, anche cattivo, è uno dei (per altro pochissimi) rischi del mestiere del calciatore.

Durante Inter-Napoli si è accesa la solita polemica per i cori razzisti che i tifosi nerazzurri hanno indirizzato verso il giocatore Koulibaly. La partita ha preso poi una piega particolare, perché verso la fine del match lo stesso Koulibaly viene ammonito per un fallo e successivamente espulso per doppia ammonizione per aver applaudito l’arbitro. Situazione semplice e chiara: all’arbitro non si può applaudire, altrimenti scatta il cartellino. L’allenatore del Napoli Ancelotti, sostenuto da tutta la squadra, ha protestato invocando un non meglio precisato permissivismo per Koulibaly perché, a causa degli insulti ricevuti, tutto il mondo avrebbe dovuto comprendere la sua reazione. E qui, oltre al senso dello stadio e del tifo viscerale, cade anche la logica. Nella sostanza, è stato invocato uno status speciale per un giocatore in virtù solo e soltanto del colore della sua pelle. Ci permettiamo di pensar male, e dubitiamo che Ancelotti, se avesse vinto la partita, ne avrebbe dopo invocato la sospensione.

E crediamo anche che nessuno avrebbe giustificato il comportamento di Koulibaly (espulso, ricordiamolo, a pochi minuti dalla fine sullo zero a zero) se quest’ultimo avesse ricevuto offese d’altro genere. O se magari non fosse stato di colore. Perché, sebbene risulterebbe inusuale, un eventuale insulto razzista nei confronti di un giocatore bianco non scatenerebbe questo putiferio.  Eppure, in questo caso, uno vale uno, e la dignità della persona lesa dall’insulto è la medesima. Senza contare che in questo modo si gettano le basi per un’anarchia diffusa, se addirittura un allenatore prende le parti del proprio giocatore che ha di fatto, con la propria condotta, boicottato l’intera gara. Il messaggio è: “Se sei nero, datti pure da fare e fa quel che vuoi, tanto basta una banale battuta sul colore della tua pelle per lavarti la coscienza”.  Koulibaly, non essendo scemo, ha annusato l’aria e su Twitter si è lagnato dell’accaduto.  Poi ha scritto che per lui è un orgoglio essere francese, senegalese, napoletano e uomo. Era dai tempi del trasformismo di Kafka che un uomo non riusciva ad essere così tante cose tutte insieme.

A casa nostra, dove tendenzialmente vige la logica e non il razzismo, se si è francesi difficilmente si può anche esser senegalesi. Se addirittura si è queste due cose insieme, decisamente impossibile è esser anche napoletano ossia italiano. E non si discute di cittadinanza e operazioni burocratiche varie: ragioniamo di concetti altri (e alti) per i quali l’appartenenza a una nazione e a un popolo non può esser banalizzata con scritte dozzinali e strappacore di tal fatta.

Lorenzo Zuppini

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Commenti

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2 Commenti

  1. Durante il ventennio la politica si occupava di cose serie e nn avrebbe dato spazio nè importanza alcuna a chi confonde il tifo cal cistico con attività eticamente e socialmente rilevanti. Gli scalmanati e decerebrati sarebbero stati puniti e rieducati al contrario di quanto riesca a fare qst Italia cd.democratica. Nè avrebbe tollerato un giornalismo che giustifica la stupidità ed il disordine pubblico. Se avesse potuto vi avrebbe mandati tutti al fronte…a far la guerra sul serio nn le scemenze che andate blaterando. Ed avrebbe anche sospeso il campionato.

  2. Invece dell’idea di renderci ‘tifosi’ e bestie per 22 giovani in mutande, non ne parlate?
    La Football Association (la federazione calcistica inglese, che è la più antica federazione calcistica del mondo) nacque nel 1863 a Londra presso la Freemason’s Tavern – che i Massoni di Londra usavano per i loro ricevimenti e i loro pranzi – in Great Queen Street (di fronte alla Freemason’s Hall che era ed è il quartiere generale della Grande Loggia Unita d’Inghilterra).

    Il ‘dividi et impera’, ‘panem er circenses’…non vi dice niente?

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