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Roma, 13 mag – Fin dalla vittoria della Brexit nel Regno Unito, l’intellighenzia liberal occidentale ha gettato la maschera ed oramai sostiene apertamente tesi eversive rispetto al concetto stesso di “democrazia”, che da decenni ci ammorba quasi quotidianamente.
popolo democrazia mounkAbbiamo visto i volti noti della sinistra italiana ed occidentale attaccare il voto degli anziani, degli operai ed in generale di chiunque non abbia perso tempo a drogarsi in Erasmus, solitamente per conseguire qualche futile laurea in sociologia dei processi culturali o in lettere moderne indirizzo giornalismo. Va in questa direzione anche “Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale”, saggio di un vippino della sinistra tedesca, Yascha Mounk, entusiasticamente accolto in Italia dai sodali della medesima, in cui si sostiene esplicitamente che la democrazia sia un pericolo per il liberalismo. Secondo l’autore infatti, il volgo chiede soluzioni autoritarie ai propri problemi, eleggendo nei momenti di crisi figure carismatiche che si oppongono “alla cultura dei diritti”. Che cosa si intenda con questa vacua locuzione all’insegna dell’ambiguità lessicale è presto detto: immigrazione incontrollata, libero mercato, lobbismo degli omosessuali ed altre nefandezze oscene.
Per quanto la cosa possa sembrare paradossale, in effetti il pensiero di questo e di altri autori è coerente, e perfettamente conforme con la natura intrinsecamente illiberale (se non addirittura anti-liberale) della democrazia roussovianamente intesa. Di fatto il potere del popolo è incompatibile con un regime economico fondato sulla prevalenza programmatica degli interessi privati, come già comprese Tocqueville che infatti giudicava il successo della democrazia liberale americana nella continua espansione della sua borghesia. Espansione che ovviamente non può essere illimitata, e che ora come ora è viceversa in forte regressione a causa della divaricazione sociale fra una élite di super-ricchi e la massa proletarizzata.
Nell’area cosiddetta “non conforme” si è spesso fatta una confusione imbarazzante su questo tema, talvolta per un macchiettistico niccianesimo superomista da cafoncelli, che tende a confondere democrazia e liberalismo. Bisogna però essere molto espliciti al riguardo, una volta per tutte in modo da fare chiarezza: il problema della “modernità” (qualunque cosa voglia dire, sia detto di passata) non è la democrazia in quanto tale, ma il liberalismo che su di essa si è ad un certo punto innestato, dopo averla combattuta per circa un secolo. È noto infatti che inizialmente i liberali erano avversi persino al suffragio universale, in quanto temevano che le masse avrebbero votato politici che per accontentarle avrebbero attentato ai “diritti di proprietà” delle classi abbienti in senso redistributivo. Suona strano questo discorso? Non ricorda stranamente il mantra dei perfidi populisti che parlano alla “pancia” dell’elettorato, proponendo “facili soluzioni” ai problemi che invece devono risolvere i “tecnici” imponendo i “sacrifici necessari”?
Per disattivare il più possibile questa orrenda eventualità, il caso di scuola furono gli Usa e la loro costituzione fatta apposta per impedire al presidente di governare autonomamente. Il mantra liberale della separazione dei poteri è funzionale proprio alla disattivazione della potestà dello Stato, nemico giurato dei liberali. In Rousseau viceversa il concetto stesso di sovranità implica che il popolo partecipi integralmente alla vita politica in senso plebiscitario, organico, partecipativo. Ovviamente non direttamente al governo (che sarebbe una folle utopia) ma alla legislazione di cui è sempre e comunque titolare in blocco unico. Quando Orban dice che sta costruendo una “democrazia illiberale” coglie perfettamente nel segno, perché una democrazia sostanziale non si misura dalla presenza di transessuali in parlamento, ma dalla capacità del governo di difendere interesse nazionale, identità popolare e giustizia sociale. Sovranità, identità, socialità, i pilastri della vita comunitaria, che il liberalismo nega alla radice e che le sinistre (ovvero gli utili idioti del capitale) avversano financo culturalmente.
Matteo Rovatti

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2 Commenti

  1. Questi coglioni radical chic sanno benissimo che la loro casta traballa,così come traballano le loro cazzate infami e indegne……… vergognatevi.

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