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Roma, 28 mag -Le Edizioni di Ar hanno appena pubblicato un nuovo testo di Tommaso Indelli, Odoacre, prefato da Claudio Azzara e dedicato al condottiero barbaro responsabile della deposizione nel 476 e.v. di Romolo Augustolo, evento che segna la fine dell’Impero romano d’Occidente.
Si tratta, ed è un punto da sottolineare con forza, della prima monografia italiana che ha per oggetto Odoacre. In secondo luogo, come nota Azzara nella sua prefazione, il lavoro di Indelli aiuta a situare Odoacre “nella sua dimensione autentica”. Questo significa che Indelli ha scritto un’opera scientifica e rigorosa, soddisfacendo tutti i criteri metodologici essenziali, e per di più in riferimento a un periodo storico, la caduta dell’impero romano d’Occidente, che invece ben si presta al classico formulario vuotamente suggestivo o a letture ideologiche fortemente attualizzanti. Infatti non solo l’autore padroneggia le fonti primarie e la letteratura secondaria sull’argomento, ma soprattutto non ha piegato il suo lavoro a tesi precostituite, forzando o manipolando o selezionando i dati storici in modo da renderli appunto funzionali a interpretazioni preordinate. Insomma, fermo restando che la pretesa di raggiungere la pura imparzialità è a dir poco ingenua, resta il fatto che chi è mosso dal desiderio genuino di capire cosa sia realmente accaduto, ed è il caso di Indelli, ha qualche risorsa in più di chi rimane avviluppato in ricostruzioni ideologicamente viziate.
Nello specifico, Indelli riconosce che Odoacre lasciò sostanzialmente immutata la vera ossatura su cui si reggeva l’Italia del V secolo, ossia la sua struttura municipale e il suo ceto senatorio, mentre la caduta dell’impero non venne avvertita dai contemporanei come una “cesura epocale”, per dirla con Azzara. Anzi, Odoacre può persino essere definito un “inconsapevole distruttore di imperi”, tanto da giustificare la celebre tesi di Momigliano sulla “caduta senza rumore” dell’impero d’Occidente, anche perché l’invio a Costantinopoli delle insegne imperiali sancì, di fatto e di diritto, il riconoscimento della ‘seconda Roma’ come unica sede imperiale, nel segno quindi della continuità. Per cui, in definitiva, la “caduta dell’impero è insomma un enunciato più moderno che antico”. Ciò non toglie, però, che la critica all’dea di decadenza che avrebbe inevitabilmente condotto a un tracollo vissuto all’epoca come una catastrofe, va nel testo di pari passo con la critica della visione, oggi dominante nella storiografia, di un passaggio tranquillo e in fondo pacifico tra romani e barbari, magari derubricati a innocui ‘migranti’.
Quello di Odoacre fu, come giustamente lo definisce Azzara, un “esperimento”, dovuto al momento di transizione in cui il capo barbaro si trovò ad agire. Infatti i ‘titoli’ di legittimità di Odoacre furono ambigui: nominato ‘patrizio’ dall’imperatore d’Oriente Zenone, ma solo in una lettera privata, il capo barbaro ebbe un ruolo istituzionale a dir poco oscuro. Egli agì sostanzialmente da “plenipotenziario dell’imperatore d’Oriente”, con poteri vastissimi, anche se formalmente mai chiariti: “distribuì terre alle truppe, comandò eserciti, mosse guerra e stipulò accordi internazionali, avocò a sé nomine e revoche dei funzionari e dei consoli, coniò moneta, dispose dei beni del fisco imperiale, intervenne nelle questioni religiose e persino nell’elezione del papa”. La stessa “formula costituzionale” che compendiava  l’insieme di questi poteri, ossia Flavius Odoacer rex et patricius, è ambigua, perché il titolo di re era da tempo immemore estraneo al ‘dettato costituzionale’ romano e lo stesso impero romano rimase fino alla fine formalmente una Res publica; da qui, l’ipotesi, condivisibile, che Odoacre “abbia governato l’Italia solo in quanto rex dei federati eruli, sciri e turcilingi che lo avevano acclamato tale”. Si dovette, di conseguenza, attendere il goto Teoderico per avere il “primo vero regno a guida di un capo barbaro sorto in Italia” (Azzara). Nella speranza che Indelli studi in futuro proprio l’‘avventura gotica’, così da saldare in un lavoro davvero organico questo testo su Odoacre a quello, ponderoso, sulla Langobardia, uscito sempre per le Ar nel 2013.
Giovanni Damiano