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Roma, 28 giu — Il maestro Riccardo Muti si è «stancato della vita», preferisce togliersi di mezzo. In senso figurato, ovviamente. Passando «in contemplazione» gli «ultimi anni che mi restano». Alla vigilia degli 80 anni, direttore d’orchestra italiano più famoso al mondo esprime, in un’intervista al Corriere, il suo senso di frustrazione verso «un mondo in cui non mi riconosco più. E siccome non posso pretendere che il mondo si adatti a me, preferisco togliermi di mezzo. Come nel Falstaff: “Tutto declina”».
Sulle motivazioni che spingono il maestro Muti a ritirarsi a vita privata è difficile — almeno per chi vi scrive — essere in disaccordo. Dal MeToo all’immigrazionismo selvaggio, passando per la cancel culture e trovando anche il tempo di bastonare la «virologocrazia» che va tanto per la maggiore da un anno e mezzo a questa parte. L’impressione è che Muti, volendo concludere la propria carriera, ne abbia approfittato per togliersi parecchi sassolini dalle scarpe.  

Muti bacchetta le politiche d’immigrazione

Degli anni che furono «rimpiango la serietà», spiega il direttore d’orchestra che non disdegna di bacchettare le politiche migratorie dell’attuale governo. «Lo spirito con cui Federico II fece scolpire sulla porta di Capua, sotto il busto di Pier delle Vigne e di Taddeo da Sessa, il motto: Intrent securi qui quaerunt vivere puri; entrino sicuri coloro che intendono vivere onestamente. Questa è la politica dell’immigrazione e dell’integrazione che servirebbe».

Contro lo strapotere mediatico dei virologi

Muti ci tiene a precisare di avere avuto «avuto una formazione cattolica» e di nutrire ammirazione per «papa Ratzinger, anche come magnifico musicista». Poi passa a descrivere questo ultimo anno e mezzo di pandemia. Parla di «disumanizzazione« che «si è fatta ancora più profonda. La mancanza di rapporti umani è terrificante». Si rammarica del fatto che «la tv avrebbe dovuto approfittare del lockdown per fare trasmissioni educative. Invece, a parte qualche bel documentario, siamo stati invasi da virologi, da sedicenti “scienziati”. Per me scienziato era Guglielmo Marconi!». Il riferimento al carrozzone dei vari Galli, Crisanti, Burioni è fin troppo chiaro. 

Muti contro il politicamente corretto

Muti non si definisce nè di destra nè di sinistra. «A Firenze negli anni 70 ero amico di molti comunisti, tra cui Paolo Barile, il costituzionalista; ma siccome usavo spesso parole come “patria” e mi piaceva eseguire l’inno di Mameli, qualcuno sentì odore di idee di destra. Io sono nato uomo libero e tale rimango. Sono cresciuto con dettami salveminiani, socialista non bolscevico. Non mi sono mai affiliato a una congrega». Ma una cosa è sicura: il maestro ha in odio il politicamente corretto, che ha invaso ogni ambito, anche quello musicale. «Con il Metoo, Da Ponte e Mozart finirebbero in galera. Definiscono Bach, Beethoven, Schubert “musica colonialista”: come si fa? Schubert poi era una persona dolcissima…», prosegue Muti. 

Basta quote arcobaleno

«C’è un movimento secondo cui, nel preparare una stagione musicale, dovrebbe esserci un equilibrio tra uomini, donne, colori di pelle diversi, transgender, in modo che tutte le questioni sociali, etniche, genetiche siano rappresentate». Ma per Muti «la scelta va fatta in base al valore e al talento. Senza discriminazioni, in un senso o nell’altro. Posso parlare perché la maggior parte dei “Composers-in-Residence” che abbiamo ospitato in questi dieci anni a Chicago sono donne».
Cristina Gauri
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