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Roma, 25 mar – I leader europei stanno celebrando in queste ore i 60 anni della firma dei Trattati di Roma, pietra angolare dell’attuale Ue. Il tutto in un’atmosfera surreale, con una capitale blindata per il pericolo degli “infiltrati black bloc” nelle manifestazioni che attraverseranno la capitale (sì, i giornalisti lo hanno scritto davvero: sono rimasti ancora agli “infiltrati black bloc”…), ma soprattutto per la minaccia terroristica che, dopo gli attacchi di Londra e Anversa, incombe sull’evento. E già questa è una bella contraddizione: perché se questa minaccia esiste è proprio per le scelte disastrose compiute dei leader riuniti a Roma in politica interna ed estera, sia in sede nazionale che europea.

L’atmosfera di assedio in cui si svolgono queste celebrazioni, insomma, è già una spia del fatto che non c’è niente da celebrare, dato che la minaccia terroristica è figlia di quell’idea falsa e pericolosa di “convivenza” su cui si basa l’Unione europea, oltre che delle catastrofiche politiche sostenute anche dalla Ue in Nordafrica. Ma questa è solo una parte del fallimento europeo. È tutta la baracca che non tiene.

I sondaggi sul gradimento dell’ideale europeo ci dicono che crede a Bruxelles solo chi ritiene di avere qualcosa da guadagnarci. Il che, per carità, ci può stare: le alleanze si fanno anche per interesse. Ma l’idea generale è che ci sia sempre qualcuno che ci guadagni a spese dell’altro. Insomma, l’Ue ha acuito, anziché far superare, le diffidenze fra gli Stati europei. Il che è riscontrabile negli stupidi pregiudizi che hanno ripreso fiato dalle nostre parti contro il popolo tedesco o contro quello francese, ma anche nelle dichiarazioni di quel burocrate che recentemente ha rimproverato gli europei del Sud di “spendere i soldi in alcol e donne”. Insomma, i popoli europei non sono mai stati più distanti tra loro. E questo è un male, perché siamo figli dello stesso sangue e abbiamo le stesse radici. Ma l’Ue non è mai riuscita a trasformare tutto ciò in una comunità di destino.

Tutte le volte che si è provato a discutere della nostra identità e delle nostre radici comuni non si è cavato un ragno dal buco. Tutti i passaggi politici che hanno a che fare con una consultazione popolare vanno in direzione contraria alla Ue. Insomma, abbiamo creato una struttura burocratica senza consenso e senza volto, una zona franca per oligarchie sradicate. Gli stessi sondaggi di cui sopra mostrano la diffusa consapevolezza che un’Europa ci voglia, ma che debba essere molto diversa da quella presente. È proprio questo il punto. Serve un Europa autenticamente sociale e popolare. Un’Europa con un’identità e una volontà. Un’Europa che sappia da dove viene e dove vuole andare. Un’Europa degli europei e non di qualsiasi massa amorfa decida di installarsi sul nostro territorio. Un’Europa-potenza e non un’Europa-burocrazia. Un’Europa protezionista e non un’Europa liberista. Un’Europa che, sullo scacchiere internazionale, abbia ben presenti i suoi amici e i suoi nemici. Serve, insomma, un’Europa che sia l’esatto contrario di quella che vediamo oggi. Ecco perché, oggi, non c’è nulla da festeggiare.

Adriano Scianca

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