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Schermata 2016-04-05 alle 10.19.45Roma, 5 apr – Sarà pure “il più crudele dei mesi”, secondo Eliot – e la storia moderna lo conferma – ma per gli antichi Romani, aprile era un mese piuttosto fortunato. Letteralmente, nel senso che si onorava la Dea Fortuna, nume di origini italiche fatto proprio dai Romani. Se il 1 di aprile si celebrava il natale di Fortuna Virilis, oggi, 5 aprile, era invece il giorno dedicato all’anniversario della fondazione del Tempio della Fortuna Pubblica sul Quirinale. L’11 aprile, invece, si celebrava a Preneste Fortuna Primigenia. La festa di Preneste durava due giorni, in ognuno dei quali i magistrati maggiori della cittadina sacrificavano un vitello. Nel tempio, che gli imperatori Costanzo e Teodosio faranno in seguito chiudere, Fortuna era rappresentata nell’atto di dare il latte a Giove e a Giunone bambini, mentre altre testimonianze la riferiscano anche figlia dello stesso Giove.

Ma come può una Dea essere allo stesso tempo figlia e madre di un’altra divinità? Caos di materiali mitici stratificati? Può darsi. O forse c’è un aspetto sacrale che sfugge alla mentalità analitica dei moderni. Ha scritto di recente Alessandro Giuli che dietro l’apparente contraddizione “si cela un mistero iniziatico noto alle antichissime popolazioni italiche, il cui culmine prevede che il miste si liberi dall’ipoteca delle proprie origini biologiche (la prigione dei mammoni antichi e moderni!) per farsi figlio di se stesso e padre della propria sorte: faber Fortunae”. È il Romano stesso che si concepisce come figlio e padre di Fortuna. Ne è determinato e la determina. Né è causato e ne è causa. È un circolo virtuoso che non ha inizio né fine. Esiste un destino di grandezza, ma va sempre e comunque conquistato, lungi da qualsiasi fatalismo incapacitante.

Sulla propria, di grandezza, i Romani rifletteranno spesso, dandosi risposte del tutto razionali: migliore organizzazione militare, clima più temperato, sistema politico senza pecche, maggiore tensione religiosa. Ma sarà inevitabile, per tutti, riconoscere un alito divino sulla storia dell’Urbe. L’alito della Fortuna populi Romani. Sono molti gli autori che a questo nume fanno riferimento per spiegare gli episodi della storia romana, da Cicerone a Tito Livio fino ad Ammiano Marcellino. Un romano che presentì con molta forza il senso della Fortuna e che ne fece la cifra della sua intera parabola esistenziale e politica fu poi Giulio Cesare, che nel suo affidarsi a questo suo vero e proprio nume personale acquisì, agli occhi di qualche commentatore, le vesti del titano, laddove invece per Julius Evola esso fu un vero eroe fondatore. Per il pensatore tradizionalista, il condottiero romano è colui che riesce nell’azione ad attingere alla potenza mistica delle origini, contro le sclerotizzazioni delle istituzioni politiche e religiose ormai divenute routinarie. Questa fu la Fortuna Caesaris. In questo senso, “Cesare è colui che nutre una rivoluzionaria indifferenza per gli auguri e i sacrifici — ed è colui che in pari tempo dall’affermazione della sua personalità direttamente tradotta in termini d’azione oggettiva e vittoriosa coglie […], di contro ad un fatalismo di carattere esteriore e sacerdotale, la sensazione di un fatalismo di carattere superiore e immanente, adombrato dalla forza delle origini. Chi comprende in una sintesi questi elementi, si avvicina al segreto della figura di Cesare, epperò, attraverso di lui, anche a quello dell”eroe occidentale’ per eccellenza”.

È di Plutarco, invece, la trattazione più organica e più nota sul tema. Nel suo libello su La Fortuna dei Romani, Tyche e Areté, Fortuna e Virtù sono due principi in eterna opposizione, sempre in guerra fra loro, ma solo nel caso della storia di Roma esse vanno di comune accordo. La Fortuna plutarchea è una Dea sfuggente, che tocca ora questo, ora quel popolo o condottiero. “Ma quando si è avvicinata al monte Palatino e ha attraversato il Tevere, pare, ha messo le ali, è uscita dai suoi sandali e ha abbandonato il suo globo infido e instabile. Così, ella è entrata a Roma per rimanervi e vi è presente come per giustizia”. Tale presenza è confermata dalle evidenze storiche, a partire dall’origine: “Chi non direbbe, di fronte alla nascita di Romolo, al fatto che si è salvato, che è stato nutrito ed è cresciuto, che la Fortuna ne gettò le basi e che la Virtù completò la costruzione?”.

La traccia è chiara: nulla di grande si crea grazie alla sola Fortuna, ma nulla diventa tale senza il contributo della Virtù, che è la qualità propria del Vir. È nota la conseguenza che ne trarrà Machiavelli, con parole che oggi causerebbero un processo per incitazione al femminicidio: “La fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla”. Concezione rinascimentale dei rapporti di coppia a parte, il messaggio è cristallino: se la Fortuna è cieca, l’uomo deve tenere gli occhi bene aperti sul proprio destino e andare a conquistarselo.

Adriano Scianca

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