Roma, 23 ott – Come noto, il nucleo originario di Roma si limitava a un piccolo villaggio. Ma all’origine c’è l’atto di Romolo, vibrante di potenza ed eternità, i cui echi giungono ancora fino ai nostri giorni. L’espansione fu lenta ma costante, con nuove guerre ogni anno, che si concludevano sempre con la Vittoria di Roma. Naturalmente ci furono anche periodi di grande crisi, che arrivarono a minacciare l’esistenza stessa della città. Le guerre contro la civiltà etrusca, l’invasione dei galli, lo scontro con i sanniti, tanto per citarne alcuni.

Qualsiasi altro popolo non si sarebbe rialzato

Terribile fu lo scontro con Cartagine. La prima guerra punica durò oltre venti anni, la seconda oltre quindici, con Annibale che inflisse ai Romani durissime sconfitte, arrivando fino a pochi passi da Roma. Una delle sconfitte più dure subite dai Romani fu indubbiamente quella di Canne, dove si stima che perirono circa 80 mila legionari.  Tito Livio così descrive le conseguenze della disfatta: “Certamente non c’è altro popolo che non avrebbe ceduto sotto il peso di una simile calamità”; fortunatamente Annibale non approfittò della situazione eccezionalmente favorevole “il cartaginese era fermo a Canne, intento a mercanteggiare i riscatti dei prigionieri e le altre prede, non davvero con spirito di vincitore né secondo l’uso proprio di un gran capitano”. Ovviamente al disastro militare si accompagnò anche una catastrofe spirituale, con due vestali scoperte colpevoli di fornicazione con uno scriba.

La reazione di Roma fu energica, sotto tutti i punti di vista. Tito Livio riporta le parole di Publio Cornelio Scipione, di fronte ai progetti trapelati di abbandonare la Patria e trovare rifugio presso qualche Re: “In fede mia, come è vero che non abbandonerò lo stato romano e non permetterò che nessun altro cittadino romano lo abbandoni, se manco scientemente al mio giuramento ti prego, Giove Ottimo Massimo, di colpire di mala morte me, la mia casa, la mia famiglia, le mie sostanze. A te, Lucio Cecilio, e a tutti voi qui presenti, chiedo che giuriate su queste parole; chi non giurerà, sappia che questa spada è sguainata contro di lui”. 

L’esilio dei traditori e l’eredità di Marte

I superstiti della battaglia, perlopiù disertori che avevano abbandonato il campo di battaglia, oramai convinti dell’inevitabilità della sconfitta, furono esiliati in Sicilia: sebbene Roma avesse un bisogno disperato di truppe, preferiva non contaminare i nuovi eserciti con truppe che avevano smesso di credere nella Vittoria e si erano macchiate di disonore. Fu vietata la parola pace e alle donne fu imposto di limitare il periodo di lutto e soprattutto di confinarlo all’interno delle mura domestiche: la sconfitta non doveva penetrare nelle mura urbane.

Purtroppo, nella odierna società desacralizzata, a cui hanno imposto di recidere le radici col proprio straordinario patrimonio spirituale, in nome dell’accoglienza imposta dai culti desertici, la storia è tutt’altro che “magistra vitae”. Nelle difficoltà, anche minime, ci si lascia facilmente andare al demone della disperazione o piuttosto si precipita nella illusione delle opinioni personali, animate dalle ombre di falsi ego, mentre andrebbe riscoperta la virile energia che ha sempre guidato il riscatto di Roma attraverso le difficoltà. Un muro di cuori e di acciaio, così veniva definita la legione: a questi esempi luminosi è necessario far riferimento da parte di chiunque voglia tentare il riscatto della Patria, non certo alla palude del pensiero negativo. 

Così, riporta Silio Italico, parlò in Senato Quinto Fabio Massimo, queste parole dovrebbero echeggiare ancora:” Non resta più nessuna ragione di temporeggiare, credetemi; affrettiamoci, perché il nemico osi invano attaccare le mura armate. La fortuna avversa è alimentata dai pavidi con la loro inerzia e cresce con la paura…..abbandonarsi all’avversità non è degno di uomini che ascrivono a Marte la propria origine..”.

Marzio Boni

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