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Roma, 21 lug – «Io sono un artista, e l’idea di arte che ho non è certo quella di dover cercare il consenso per il consenso, tanto più se a repentaglio c’è l’idea stessa di libertà». Coraggioso, fuori dal coro, una delle poche teste del panorama musicale italiano in grado di pensare autonomamente e di non piegarsi ai diktat mainstream, Enrico Ruggeri non le manda a dire nemmeno su lockdown e sfruttamento dell’emergenza coronavirus. «Mi sembra evidente che il Coronavirus sia stato preso come una palla al balzo per tenerci ulteriormente sotto, più di quanto già non si facesse in precedenza», è la sua opinione. «Ho vissuto con difficoltà questo momento nel quale, una società che si vuole vedere e raccontare come evoluta, ha deciso di barattare la libertà con la salute, o, peggio, con una rassicurante idea di salute».

Intervistato da Tpi, il cantante milanese mette in discussione le misure restrittive delle libertà individuali adottate dal governo per contenere l’epidemia, criticandone la comunicazione improntata sul terrorismo psicologico: «In questo, credo, ci siamo trovati di colpo a vivere in una condizione dittatoriale, seppur una dittatura che non è passata per un esercito ma attraverso una comunicazione di tipo vagamente terroristico. Ci mettevano paura e poi ci offrivano la scappatoia per salvarci, rinunciare alla nostra libertà, appunto».

Pur non negando l’esistenza dell’emergenza, l’ex frontman dei Decibel sostiene che «l’emergenza è stata abbondantemente sfruttata a livello globale da chi ci guida e ci comanda per tenerci buoni e zitti sotto», e gli artisti, in quanto personaggi pubblici, hanno la grande responsabilità di essersi dimostrati anche questa volta «tutti molto impauriti e pronti a seguire la scia, ce ne fosse stato uno che, a rischio di prendersi critiche, si sia esposto». Un appiattimento vile che è dura da tempo, sostiene Ruggeri, «diciamo da quando esistono i social. Sono tutti conformi, omologati, hanno paura di dire la propria perché altrimenti perdono followers, ricevono critiche pubbliche, rendono esiguo il proprio pubblico. E dire che l’arte dovrebbe essere per sua natura sovversiva, porre domande, volendo anche essere oltraggiosa».

Cristina Gauri

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