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Guardando la luce dell’Est: la Russia e il destino dell’Europa

by Stefano Arcella
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Questo articolo, che illustra la visione della Russia nel pensiero di Spengler, Steiner e Toynbee, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2018

Il rilancio del ruolo internazionale della Russia in occasione della crisi siriana (intervento militare e diplomatico), di quella iraniana (mediazione diplomatica) e del conflitto in Ucraina (accordo internazionale di Minsk), la promozione di una nuova alleanza dei Paesi emergenti e ormai affermati (ossia il Brics: Brasile, Cina, Russia, India e Sudafrica), la politica delle sanzioni economiche occidentali verso la Russia, con tutti i danni che tali sanzioni hanno arrecato all’imprenditoria italiana ed europea – sono tutti eventi che sollecitano una riflessione attenta e di respiro storico-culturale sul rapporto fra l’Occidente e la Russia. È in questo quadro che intendo analizzare come la Russia sia stata vista nel pensiero occidentale, sia nell’area tedesca della «Rivoluzione conservatrice», sia in quella liberale anglosassone. Senza dimenticare anche uno sguardo nell’ambito dello spiritualismo esoterico occidentale del Novecento.

Oswald Spengler

Nel Tramonto dell’Occidente, Oswald Spengler si sofferma ampiamente sulle peculiarità dell’anima russa. Tale analisi è collocata nella seconda parte dell’opera, che si intitola Prospettive della storia mondiale, la prima parte essendo dedicata a Forma e realtà, ove delinea la sua visione ciclica della storia, definisce l’«anima» di ogni civiltà, con le famose fasi, l’una ascendente (Kultur) e l’altra  discendente (Zivilisation) di ogni ciclo storico, per poi tracciare una morfologia comparata delle civiltà che offre un grande scenario di macrostoria. In questa prospettiva, anche i fatti politici assumono il valore di potenti simboli: per Spengler occorre saper cogliere che cosa significa il loro apparire, l’«anima» di cui essi sono espressione.

Nella seconda parte dell’opera, come detto, l’autore colloca lo studio dell’anima russa nel capitolo sulle pseudomorfosi storiche. Ed è partendo da questa categoria spengleriana che si può comprendere il suo modo di descrivere il mondo russo. Per spiegare la pseudomorfosi, Spengler prende le mosse da una nozione di mineralogia: attinge cioè ad un fenomeno naturale per spiegare e definire un fenomeno storico, in ciò accogliendo un procedimento di osservazione scientifico-naturalistica tipico di Goethe, al quale esplicitamente si richiama nella prima parte della sua opera.

Per lo scrittore tedesco
Pietro il Grande impose
alla sua nazione una forma
che non le era congeniale

Un esempio di pseudomorfosi ce lo offre la Russia di Pietro il Grande. Nella visione spengleriana, Pietro il Grande impone alla sua nazione una forma che non le è congeniale, che è lontana dallo spirito contadino, antico, mistico e religioso dell’antica Russia. La pseudomorfosi è quindi una falsa trasformazione, una forma artificiosa che si sovrappone alla forma originaria di un determinato popolo. Qui lo studioso tedesco introduce una riflessione che è di rilievo centrale e che contribuisce a far comprendere anche la storia della Russia contemporanea: «Lo zarismo primitivo di Mosca è l’unica forma che ancor oggi sia conforme alla natura russa, ma esso a Pietroburgo fu falsato nella forma dinastica propria all’Europa occidentale. La tendenza verso il Sud sacro, verso Bisanzio e Gerusalemme, profondamente radicata in tutte le anime greco-ortodosse, si trasformò in una diplomazia mondana, in uno sguardo rivolto verso l’Occidente. […] Furono importate arti e scienze tarde, l’illuminismo, l’etica sociale, il materialismo cosmopolita, benché in questo primo periodo del ciclo russo la religione fosse l’unica lingua nella quale ognuno comprendeva sé stesso e comprendeva il mondo»[1].

Tolstoj e Dostoevskij

Per Spengler, se si vogliono comprendere i due grandi interpreti della pseudomorfosi russa, occorre vedere in Dostoevskij il contadino e in Tolstoj l’uomo cosmopolita: «L’uno non poté mai liberarsi interiormente dalla campagna, l’altro la campagna, malgrado ogni suo disperato sforzo, non riuscì mai a ritrovarla». Qui la lettura di Spengler diviene dirompente e innovativa, con tratti tipici da «rivoluzione conservatrice»[2]. Egli considera, infatti, Tolstoj come l’emblema della Russia del passato e Dostoevskij come il simbolo della Russia dell’avvenire, il che equivale a dire che l’anima contadina antica della Russia, l’anima legata al sentimento delle radici e delle tradizioni, rappresenta l’avvenire, mentre lo spirito cosmopolita e illuminista, di stampo occidentale moderno, è destinato a tramontare. L’analisi spengleriana si proietta nel futuro, anticipando di circa un secolo gli sviluppi della storia russa, in un momento storico in cui trionfava il bolscevismo e tutto sembrava andare in direzione contraria.

Secondo il fondatore
dell’antroposofia, in Russia
rinascerà la religione
di Zarathustra, vale a dire
una nuova mistica della Luce

Il punto è capire cosa intenda Spengler per «cristianesimo di Dostoevskij». Lo studioso tedesco ha fatto riferimento a questa vocazione mistica che trascende il mondo dei fenomeni, dei fatti, ai quali l’anima russa non attribuisce un valore decisivo, il mondo metafisico essendo l’oggetto di interesse centrale e prioritario: «L’immensa differenza fra anima faustiana e anima russa si tradisce già nel suono di certe parole.  Il termine russo per cielo è njèbo ed è negativo nel suo n. L’uomo d’Occidente volge il suo sguardo verso l’alto, mentre il Russo fissa i lontani orizzonti. […] La mistica russa non ha nulla di quel fervore, proprio al gotico, a Rembrandt, a Beethoven, che si porta verso l’alto e che può svilupparsi fino ad un giubilo che invade il cielo. Qui Dio non è la profondità azzurra delle altezze. L’amore mistico russo è quello della pianura, quello verso fratelli che subiscono lo stesso giogo, sempre nella direzione terrestre; è quello per i poveri animali tormentati che vagano sulla terra, per le piante, mai per gli uccelli, per le nubi e per le stelle»[3]. Il cristianesimo russo-ortodosso è dunque, per Spengler, un misticismo della Madre Terra, dell’immensa pianura.

Rudolf Steiner

È a questo punto che va considerata la previsione – espressa nelle conferenze sui Misteri del mondo antico – di Rudolf Steiner (il fondatore dell’antroposofia), secondo il quale in Russia rinascerà la religione di Zarathustra, ossia una nuova mistica della Luce e un nuovo sentimento del mondo, quello della lotta fra Luce e Tenebre nella storia, nella dimensione terrena, in forme adatte a un ben diverso contesto storico, etnico e geografico rispetto a quello in cui maturò la riforma spirituale del profeta iranico. Un tale culto della Luce, ove un domani dovesse diffondersi, dovrà necessariamente innestarsi sul «sentimento della pianura» costitutivo dell’anima russa, per dirla con Spengler, e cogliere nella Madre Terra – la «Santa Madre Russia» – il teatro di una lotta fra Luce e Tenebre, fra Verità e Menzogna, fra elevazione dello spirito e demonìa della materia e dell’economia. E qui il pensiero di Spengler e di Steiner va necessariamente confrontato con quello di un grande storico inglese, Arnold Toynbee.

Arnold Toynbee

In Civiltà al paragone (1948), in piena epoca staliniana, Arnold Toynbee dedica un intero capitolo al tema dell’eredità bizantina della Russia e lo apre con la citazione di una massima di Orazio: Naturam espellas furca, tamen usque recurret («Allontana pure la natura; tuttavia essa ritornerà»). Scrive lo storico inglese: «Quando tentiamo di rinnegare il passato, quest’ultimo ha, come Orazio ben sapeva, un suo modo sornione di tornare fra noi, sottilmente travestito»[4]. Egli non crede quindi alle affermazioni del regime di Stalin secondo cui la Russia avrebbe compiuto un taglio netto col suo passato. In realtà, le radici di un popolo possono manifestarsi in forme nuove, adattate al mutato contesto storico, ma è falso ed illusorio pretendere di cancellare il passato.

Nel X secolo d.C. i Russi scelgono deliberatamente – secondo Toynbee – di abbracciare il cristianesimo ortodosso orientale. Essi avrebbero potuto seguire l’esempio dei loro vicini di Sudest, i Kazari delle steppe, che si convertirono al giudaismo, o quello dei Bulgari Bianchi, lungo il Volga, che si convertirono all’islam nel X secolo. Essi preferirono invece accogliere il modello religioso di Bisanzio. Dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453 e la scomparsa degli ultimi resti dell’Impero romano d’Oriente, il principato di Mosca assunse in piena coscienza dai Greci l’eredità di Bisanzio. Nel 1472 il Gran Duca di Mosca, Ivan III, sposò Zoe Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore greco di Costantinopoli. Tale scelta riveste un senso simbolico ben preciso, indicando l’accoglimento e la riproposizione di un archetipo imperiale, come evidenziato da Elémire Zolla.

Le radici di un popolo
possono manifestarsi
in forme nuove,
ma è illusorio pretendere
di cancellare il passato

Nel 1547, Ivan IV («Il Terribile») «si incoronò Zar, ovvero – scrive Toynbee – Imperatore Romano d’Oriente. Sebbene il titolo fosse vacante, quel gesto di attribuirselo era audace, considerando che nel passato i principi russi erano stati sudditi ecclesiastici di un Metropolita di Mosca o di Kiev, il quale a sua volta era sottoposto al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, prelato politicamente dipendente dall’Imperatore Greco di Costantinopoli, di cui ora il Granduca Moscovita assumeva titolo, dignità e prerogative»[5]. Nel 1589 fu compiuto l’ultimo e significativo passo, quando il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, a quel tempo in stato di sudditanza ai Turchi, fu costretto, durante una sua visita a Mosca, a innalzare il Metropolita di Mosca, già suo subordinato, alla dignità di Patriarca indipendente.

Tale assunzione dell’eredità bizantina non fu un fatto accidentale: secondo lo storico inglese i Russi sapevano benissimo quale ruolo storico avessero scelto di assumere. La loro linea di «grande politica» fu esposta nel XVI secolo con efficace e sintetica chiarezza dal monaco Teofilo di Pakov, che elaborò il mito di Mosca quale Terza Roma, «radiosa» e «incrollabile», a indicare l’assunzione, in una nuova forma, dell’ideale romano dell’imperium, ossia l’unificazione di un mosaico di etnie diverse in una entità politica sovranazionale, che è – nella forma storica russa – anche l’autorità da cui dipende  quella religiosa ortodossa, così come in precedenza il Patriarca ecumenico di Costantinopoli dipendeva dall’Imperatore di Bisanzio.

L’assunzione
dell’eredità bizantina
da parte della Russia
fu un atto consapevole

Lo storico inglese si chiede perché crollò la Costantinopoli bizantina e perché invece la Mosca bizantina sopravvisse. Egli reputa di trovare la risposta ad entrambi gli enigmi storici in quella che egli chiama «l’istituzione bizantina dello Stato totalitario», intendendo per tale lo Stato-impero che esercita il controllo su ogni aspetto della vita dei sudditi[6]. L’ingerenza dello Stato nella vita della Chiesa e la mancanza di autonomia e di libertà di quest’ultima sarebbero state le cause dell’inaridimento delle capacità creative della civiltà bizantina. La stessa istituzione dello Stato totalitario sarebbe stata invece all’origine della potenza e della continuità storica della Russia, sia perché ne assicurava l’unità interna, sia anche perché tale unità consentiva alla Russia, unitamente alla sua remota posizione geografica rispetto a Bisanzio, di non essere coinvolta nel disfacimento dell’Impero bizantino e di restare l’unico Stato sovrano e forte che professasse il cristianesimo ortodosso orientale. Questo Stato totalitario ha avuto due riformulazioni innovative, una appunto con Pietro il Grande e l’altra con Lenin nel 1917. Agli occhi di Toynbee, il comunismo sovietico si configura come una sorta di nuova religione laicizzata e terrestrizzata, di nuova chiesa, ma la Russia, nella sua sostanza, resta pur sempre uno Stato-impero totalitario – nel senso specificato in precedenza – che raccoglie l’eredità simbolica e politico-religiosa dell’Impero romano d’Oriente. La conclusione dello storico inglese – impressionante per la sua lungimiranza – è che la Russia, come anima, come indole del suo popolo, sarà sempre la «Santa Russia» e Mosca sarà sempre la «terza Roma». Tamen usque recurret. Da queste considerazioni emerge il comune sostrato greco-romano di Occidente e Russia, il comune ideale «imperiale» quale unità nelle diversità, il comune riferimento alla sacralità dell’istituzione imperiale, che rappresenta sulla terra quella figura del kosmokràtor così presente nell’arte e nell’iconografia religiosa ortodossa. È su queste basi storico-culturali che si può impostare la prospettiva dell’Eurasia. Un concetto spesso frainteso, su cui avrò però modo di tornare in un successivo contributo.

Stefano Arcella


[1] O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1978, pp. 932-933.

[2] Ivi, p. 936

[3] Ivi, p. 1459.

[4] A. Toynbee, Civiltà al paragone, Bompiani, Milano 1948, p. 235.

[5] Ivi, pp. 242-243.

[6] Ivi, p. 253 ss.

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