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Roma, 29 marzo – 506 contro 6.161: ecco il bilancio degli sbarchi clandestini in Italia dal primo gennaio al 29 marzo di quest’anno rispetto all’analogo periodo del 2018. Un saldo clamoroso, ma ancor più imbarazzante se confrontato con la solita porzione del temporale del 2017, quando con il Pd in pieno al comando della nave Italia, erano stati in 23.145 a sbarcare sulle coste nazionali tra gli osanna di coloro che hanno tutta l’intenzione di dare vita a una sostituzione di popolo.

Clandestini in calo, la maggior parte non viene da paesi in guerra

I dati forniti oggi dal ministero dell’Interno evidenziano un calo del 91,79 per cento rispetto al 2018 e addirittura dal 97,81 se si guarda al 2017. E in questi primi mesi dell’anno va tenuto conto il caso della nave Mare Jonio il cui forzo del blocco ha generato un’indagine della magistratura con iniziale sequestro dell’imbarcazione. L’arrivo degli 81 clandestini ha infatti alzato il numero totale degli arrivi a marzo (244) altrimenti ancora più contenuto. A gennaio erano stati 202 mentre a febbraio solo 60. Dall’inizio dell’anno sono appena 83 i minori sbarcati (in tutto il 2018 sono stati 3.536, 15.779 nel 2017).

Da dove arrivano i clandestini in questa prima porzione di 2019? Per la maggior parte non da paesi in guerra: 121 dalla Tunisia, 76 dall’Algeria, 62 dall’Iraq, 57 dal Bangladesh, 36 dalla Guinea, 33 dal Senegal, 25 dalla Somalia, 22 dall’Iran, 11 dalla Nigeria e 52 da altre nazioni. Nel 2017, complessivamente, furono 119.369 gli immigrati clandestini giunti in Italia, nel 2018 solo 23.370: il 2019, con queste premesse dei primi tre mesi dell’anno, sembra avviato a segnare una svolta ancora più marcata nel contrasto del business dell’immigrazione. Che dà segni di insofferenza.

Cara di Mineo: un colpo all business dell’immigrazione

Basti pensare ai 900 lavoratori a spasso dopo la chiusura del Cara di Mineo. E per i quali con pronta reazione si è mobilitata la Cgil che proprio oggi terrà un’assemblea alla presenza del segretario generale Maurizio Landini. “Chiudere la struttura – è scritto nel volantino di Cgil, Fp e Filcams – è una strada senza uscita per molti migranti e per i 900 lavoratori attualmente impiegati” tra lavoratori, cuochi, insegnanti, addetti alle pulizie, assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali, operatori e tanti altri lavoratori. Anche la non accoglienza ha un prezzo salato!”. E a pagarlo sono proprio quelle strutture che per anni hanno campato sul business.

Per i fautori della sostituzione di popolo arrivano altre pessime notizie, nonostante la posizione proimmigrazione (a casa nostra) della UE che continua a non ritenere sicuri i porti libici: l’Italia ha aggiornato la Direttiva sulla sorveglianza delle frontiere marittime e per il contrasto dell’immigrazione illegale ribadendo la piena legittimità degli interventi di soccorso delle unità libiche.

Fabrizio Vincenti

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