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Roma, 26 apr – E’ il 20 luglio 1976. La sonda spaziale Viking scende su Marte. Roy Neal della Bbc corre da Ray Bradbury, autore di Cronache Marziane e con sarcasmo chiede: “Signor Bradbury, sono anni che scrive di Marte, dei suoi popoli e delle sue città. Ora che siamo arrivati lassù e ci siamo accorti che non c’è vita, come ci si sente?”.
Bradbury si ferma, sospira e risponde: “Ma lei è un idiota, un matto! Certo che non c’è vita su Marte. Guardi noi: siamo noi i marziani!”
La risposta pungente e sagace di Bradbury, raccontata nell’intervista a Playboy del 1996, dà il titolo al nuovo libro edito da Bietti, Siamo noi i marziani appunto (300 pagg, 20 €, a cura di Gianfranco De Turris e Tania Di Bernardo), che raccoglie per la prima volta tutte le interviste dello scrittore statunitense dal 1948 fino al 2010.
Interviste che spaziano su tutti i temi, dalla fantascienza alla scrittura in generale, toccando il cinema – e ricordando soprattutto l’immensa produzione di Ray Bradbury come sceneggiatore – ma anche il costume e la politica. E che ci permettono di scoprire un Bradbury inedito, a tutto tondo, che spiega come lo scrittore debba essere un “raccoglitore di metafore”, che deve “riempire la propria vita di metafore, e poi esplodere” e che proprio per questo non deve mai scrivere per il mercato, per compiacere il pubblico ma anzi per dare al pubblico qualcosa di più, qualcosa che ancora non ha o che deve ancora venir fuori; o di scoprire il fatto che il Bradbury scrittore sia la summa di tutto ciò che ha amato e letto – o visto – da bambino, da Tarzan a John Carter, da King Kong al Gobbo di Notre Dame, da Verne ai fumetti di Buck Rogers e che questo dimostra come sia importante l’arte di costruzione fantastica per i bambini, arte che purtroppo sta venendo meno con la moderna pedagogia, con l’insegnamento moderno che vuole i bambini semplicemente come futuri manager o impiegati, o con l’uso stupido di una certa tecnologia; scopriamo le idee di Bradbury su internet e sull’uso quotidiano del computer, definiti inutili perché non usati per far cose interessanti e costruttive, posizione che però non si traduce in un rifiuto della tecnologia – sarebbe paradossale per chi ha scritto di fantascienza per anni – ma al contrario nel percepire come l’automazione ci stia incatenando a terra e non ci faccia più desiderare di conquistare le stelle e il cielo.
E poi soprattutto le interviste ci permettono di avere una lente di ingrandimento sui temi del capolavoro indiscusso di Bradbury, Fahrenheit 451: nelle varie interviste nel corso degli anni Bradbury spiega come ogni libro sia davvero uno strumento per illuminare l’oscurità, ma che per far questo deve essere anche vissuto, interiorizzato, bisogna “essere” quel libro. O di come il politically correct non sia altro che la peggior forma di quella dittatura delle minoranze ben descritta dal capitano Beatty – il capo di Guy Montag, protagonista di F451 – minoranze che non sono altro che “dittatori” che vogliono imporre cosa va detto e cosa va scritto e cosa no, e che fanno sì che la “società si frammenti in sottosezioni di minoranze che, in effetti, bruciano i libri impedendone la lettura”.
Carlomanno Adinolfi



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