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pm10Milano, 16 giu – Smog, Pm10, polveri sottili: tutti sinonimi (più o meno) che stanno ad indicare l’inquinamento delle nostre città. L’argomento balza alla ribalta delle cronache durante il periodo invernale (e vedremo che non è un caso) quando vengono attuati periodicamente i blocchi alla circolazione degli autoveicoli per cercare di abbassare il livello di polveri sottili nell’aria che respiriamo, ma a cosa è veramente dovuto questo tipo di inquinamento?

Nei mesi scorsi ve lo avevamo anticipato, suscitando anche notevoli polemiche, ma ora ne è arrivata la conferma: la prima causa di inquinamento da Pm (Particulate Matter) è la combustione di biomasse, non il traffico veicolare. Le biomasse, che sia il “cippato” o i pellet che si bruciano nelle stufe casalinghe, contribuiscono infatti per il 45% del totale delle polveri sottili che si respirano in Lombardia. Studi dell’Arpa e dell’Enea hanno dimostrato che i fumi dei motori diesel sono solo il 14% delle polveri inquinanti; se a questi si somma anche la polvere generata dallo sfregamento delle gomme sull’asfalto e dalle pastiglie dei freni (un altro 13% delle particelle Pm10), l’intero traffico arriva a produrre appena il 27% di tutte le polveri fini contro il 45% di stufe e caminetti.

pm10L’utilizzo di biomasse per il riscaldamento è infatti in forte aumento negli ultimi decenni a causa degli incentivi statali e dei prezzi concorrenziali rispetto ad altre forme più tradizionali, ma meno inquinanti, come il gas naturale. Parimenti stiamo assistendo ad una decrescita esponenziale delle concentrazioni di Pm10 dal 1970 ad oggi, passando da valori intorno ai 250µg/m3 sino agli odierni 50. Perché? Le cause vanno ricercate in alcuni fattori: il primo sicuramente è la lenta ma costante scomparsa delle grandi industrie pesanti del nord Italia, testimoniata anche dal crollo dei valori di biossido di zolfo passati dai quasi 400µg/m3 ai 5 del 2013, secondariamente dalle innovazioni tecnologiche nei motori, che hanno permesso di produrne di sempre meno inquinanti, terzo dal lento diffondersi del metano come combustibile per il riscaldamento, molto meno inquinante rispetto ad altre fonti quali carbone, gasolio e olio combustibile. Nello stesso periodo però è aumentato esponenzialmente l’utilizzo delle biomasse, che, qualora vengano bruciate senza i dovuti accorgimenti atti a ripulirne gli scarichi, inquinano molto di più di un motore diesel. Le biomasse infatti diventano una fonte pulita solo ed esclusivamente se vengono utilizzate in impianti ad alto rendimento, e solo se vengono prodotte “a km zero”, cosa che non accade quasi mai, dato che pellet et similia vengono importati per la maggior parte dall’estero.

Per accorgersi di quanto incidano i riscaldamenti nella produzione di smog rispetto al traffico veicolare sarebbe bastato dare uno sguardo alle concentrazioni di polveri sottili nel corso dell’anno solare: solo nei mesi invernali, quando i riscaldamenti sono accesi, avvengono i picchi che causano lo sforamento della soglia dei 50µg/m3, nei mesi primaverili, o estivi, a parità di traffico veicolare questi non avvengono. Quindi a cosa servono i blocchi del traffico? A poco, come abbiamo avuto modo di vedere l’inverno scorso. Gli oltranzisti dell’ambiente, e dei blocchi, obietteranno che comunque se si elimina quel 27% prodotto dal traffico, l’aria in città migliora. Invece no, e ce lo spiega un altro studio, riportato da “Il Sole 24 ore, in cui si afferma che la città, essendo un’isola di calore a causa della sua stessa conformazione che concentra gli edifici (e gli impianti di riscaldamento) produce un “effetto camino” che disperde in alta atmosfera lo smog e al tempo stesso richiama l’aria più fresca, e inquinata, dalle campagne: sembrerebbe un paradosso ma la realtà è che la città produce solamente il 35-40% delle polveri fini mentre il restante 60-65% viene importato dall’hinterland e dalle campagne.

Sempre dalle colonne del “Sole 24 ore” apprendiamo che anche la soluzione di abbassare i limiti di velocità nelle città per dimunuire le emissioni in realtà provoca l’effetto opposto, perché a parità di traffico un limite di 30km/h costringe i veicoli ad utilizzare le marce basse aumentando così il consumo di carburante. Il problema quindi non si risolve con i “blocchi del traffico”, bensì con altri interventi strutturali a scala regionale, e, perché no, nazionale: cominciare a regolamentare le “biomasse” e intervenire sugli impianti di riscaldamento obsoleti sarebbe sicuramente un passo avanti.

Paolo Mauri

3 Commenti

  1. cosa tra l’altro risaputissima a chiunque si occupi di impianti termici, mi stupisco (ironicamente) che non venga mai sottolineata la cosa.
    a milano tra l’altro esiste ancora un numero mostruoso di centrali termiche private A CARBONE.

    • centrali termiche che grazie a deroghe annuali concesse dall’amministrazione comunale continuano a funzionare in barba ad ogni norma.

  2. Credo che ci stiamo un po’ rimbambendo….
    Prima incentivano ad installare le stufe a pellet perché sono ecologiche, sono green e tutto il resto.
    Adesso si sono sbagliati e hanno scoperto che inquinano….
    Ma siamo pazzi o cosa?!….
    Poi la fabbrica a due isolati da casa mia rilascia tante di quelle porcherie nell’aria … e vengono a romprere la balle a me!

    L’Italia è un Paese alla deriva.
    Poi ci domandiamo perché chi può se ne va all’estero.

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