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Sovranità nazionale: la lezione di Giovanni Gentile

by La Redazione
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Roma, 31 dic – Uno dei temi da tempo in auge nel dibattito politico è quello della sovranità: un vero e proprio cavallo di battaglia per alcuni, per altri si ha l’impressione che semplicemente si tratti di un modo per riciclarsi. Spesso pare infatti che per molti la presa di posizione “sovranista” sia tutt’altro che sincera, e che sia magari dettata esclusivamente dalla necessità di sfruttare la parola oggi di moda per ritagliarsi un posto nel panorama politico.     Ulteriori dubbi sorgono quando questa proviene dalla bocca di chi in passato ha direttamente favorito la cessione della sovranità nazionale ad altri soggetti, o comunque nulla ha fatto per impedirlo, o peggio si è battuto per disarticolare i poteri o addirittura dividere quello Stato che oggi vorrebbe si riappropriasse della propria sovranità. Noi ci permettiamo di darne una definizione.

Sovranità è anzitutto libertà: libertà dello Stato come dei singoli che lo compongono, come ci insegna Giovanni Gentile, per il quale la libertà non è quella intesa dai liberali, una libertà da invocare contro lo Stato da parte del singolo individuo ma, come egli stesso chiarì nella Dottrina del fascismo, redatta a quattro mani con Benito Mussolini, «la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello stato e dell’individuo nello stato».

Il filosofo, nella sua ultima opera Genesi e struttura della società, scritta fra l’agosto e il settembre 1943 in quelli che egli stesso definisce «giorni angosciosi», e alla quale affida il suo testamento spirituale e politico, frutto di una vita di studio e di pensiero, quasi presagisce la triste fine che lo attenderà di lì a breve. In un paragrafo denominato “Autorità e libertà” si pronuncia contro chi considera «astrattamente autorità e libertà, Governo e individui; rappresentati questi come atomi, ciascuno a sé stante e derivante da sé tutti i diritti e tutti i doveri che abbiano un significato per lui; e quello inteso come potere semplicemente limitativo e coordinatore delle libere attività dei singoli».

Non la libertà che oggi molti invocano, quella di vedersi assecondati e riconosciuti dallo Stato i propri capricci egoistici fatti passare per legittime rivendicazioni, e neanche i diritti attribuiti all’individuo astrattamente ed atomisticamente concepito, il «fantoccio» contrapposto all’«uomo vero» di cui Gentile parla nel libro.  Del resto già Mazzini, nel Dei Doveri dell’uomo (1860), mostrò di aver compreso la vacuità di certi diritti solennemente enunciati senza curarsi di rendere effettivo il loro godimento, come in ogni regime liberale: «Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non aveva mezzo d’esercitarli? che importava la libertà d’insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito? […] cos’era per essi, costretti a combattere colla fame, la libertà, se non un’illusione, una amara ironia?».

La vera libertà è quindi quella libertà che l’individuo non può estrinsecare che nello Stato, superando la tradizionale idea dell’antitesi fra i due elementi. La dimensione individuale è perciò collegata a quella della propria comunità, entro la quale l’individuo opera e dalla quale egli non può pensare di astrarsi. Gentile sceglie non a caso di affidare alla conclusione del paragrafo “Il liberalismo” la considerazione, ispirata secondo l’autore proprio dall’insegnamento di Mazzini, che afferma: «La libertà non è attributo dell’individuo astratto, ma di quello che è ogni individuo in concreto, il popolo: è libero italiano in quanto libero è il popolo italiano e non può che essere schiavo se schiavo è il suo popolo». Poi aggiunge in una nota: «La libertà del cittadino è la libertà dello Stato. Non c’è libertà all’interno senza indipendenza all’esterno».

Parole che risuonano in tutta la loro attualità, e molto hanno da dire al popolo italiano, che quotidianamente sconta sulla propria pelle la posizione di subordinazione e passività in cui versa il proprio Paese nel contesto internazionale, per effetto di vicende da ricercarsi a ritroso negli ultimi 70 anni di storia, e che si mostra in tutta la sua durezza ogni qualvolta i suoi cittadini si ritrovano a fare i conti con i problemi derivanti dall’immigrazione, la sicurezza, la crisi economica, l’austerità, e frutto di decisioni prese altrove.

Oppure si pensi a quella strana libertà di “autodeterminarsi” che puntualmente si sostanzia nell’adozione di usi, costumi, abitudini e riferimenti culturali d’importazione, che altro non è che la conformistica adesione, e quindi tutt’altro che libera, ai modelli consumistici e materialistici provenienti da Oltreoceano. Per questo la sovranità non può essere un argomento vuoto e retorico da sventolare, ma un argomento di importanza sacrale, su cui si deciderà il futuro della nostra nazione.

Filiberto Maffei

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Raffo 1 Gennaio 2018 - 1:30

Sono commosso, sia dall’articolo sia dalla figura di Gentile,un uomo che ha fondato le basi dell’istituzione scolastica italiana e che, nonostante riforme becere centriste e sinistre , ancora resta un puro diamante fra tante miserie e lordure di mentecatti forzisti e piddini…….libertà, un valore primario, che Gentile aveva pienamente compreso,libertà dell’individuo in uno stato forte che difenda regole e valori, libertà di non essere suddito ma cittadino,libertà di iniziativa con poche e chiare regole,libertà di non essere oppresso da una burocrazia infernale, libertà di azione e di associazione anche di fronte ad una politica falsa e vigliacca.

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cenzino 1 Gennaio 2018 - 10:11

Bellissimo illuminante articolo. Chiedo umilmente alla brava Redazione di pubblicarne spesso di simili. Grazie.

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Tony 1 Gennaio 2018 - 11:32

…………l’idea di Stato di Putin….
http://www.lombardiarussia.org/index.php/putin/il-pensiero-forte-di-putin

Buon anno !

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Werner 1 Gennaio 2018 - 12:57

Le libertà individuali promosse dall’ideologia liberale – come anche da quella socialista – sono esattamente quelle libertà deresponsabilizzanti verso la società, ovvero quei capricci egoistici di cui l’articolo fa menzione, spacciati per diritti.

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