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Berdini M5S CaltagiorneRoma, 24 feb – Sospetto su speculazioni, lottizzazioni, spartizioni, insomma la vecchia politica romana tanto dietro lo stadio che dietro le Olimpiadi. Poi arriva il Movimento 5 Stelle, la Raggi diventa il nuovo sindaco e partono le bordate tanto ai giochi del 2024 quanto al progetto stadio. Novità in vista? Stop alle vecchie politiche? In realtà a ben guardare sembra proprio il contrario.
I primi a saltare sono stati i giochi olimpici dietro la spinta della base pentastellata: il no a Roma 2024 era stato l’argomento principale della campagna grillina per la presa di Roma, l’incontro decisivo tra Coni e Comune per la decisione si sarebbe dovuto fare a pochi giorni dall’insediamento della nuova giunta e farla saltare era praticamente un obbligo per la Raggi. Il motivo del gran rifiuto però, per quanto giustificato con un no a sprechi e speculazioni, non è stato una denuncia a quelli eventuali già esistenti o un dar voce ai sospetti sulla spartizione di Roma da parte dei signori del cemento, ma è stato solo un no generico ad eventuali speculazioni che “sicuramente ci sarebbero state”. La logica di fondo non è stata quindi rivoluzionaria o propositiva, una presa di coscienza e responsabilità per garantire progetti di pubblico interesse fornendo al contempo un baluardo contro il lucro illegittimo dei privati, ma è stata la classica posizione di immobilismo reazionario stile NoTav in cui si combatte a prescindere qualunque progetto in modo restare al riparo dagli “sprechi”.

Sullo stadio la logica è stata fin dall’inizio molto simile: non si è affermata l’effettiva utilità di un nuovo stadio da proteggere dalle speculazioni: lo stadio in sé è una speculazione, uno spreco, esattamente come le Olimpiadi. Ma pian piano la questione ha assunto contorni molto strani. Accanto agli allarmi per la zona a rischio idrogeologico – a tal riguardo c’è una lotta di dati scientifici da una e dall’altra parte, ma costruire in zona dell’ansa del Tevere con un terreno fragile come quello di Muratella/Tor di Valle deve comunque tener conto dei rischi eventuali – sono fiorite battaglie assurde e grottesche per la salvaguardia di un’area verde ed ecologica che è in realtà da anni solo una discarica a cielo aperto, con cataste di rifiuti e pile di auto abbandonate visitata ogni tanto da rom e nomadi vari. In prima linea per la salvaguardia ecologica della zona e contro l’ecomostro in una “zona ambientale protetta” fin da subito si è schierata l’associazione Italia Nostra, che si definisce associazione di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali. Accanto alle battaglie di opinione c’è stata la battaglia ufficiale portata avanti dal neo assessore grillino all’urbanistica Paolo Berdini. In nome della lotta alle speculazioni edilizie e alla cementificazione di Roma, Berdini ha definito l’intero progetto “un mostro costruito in un deserto” e da subito ha chiesto la riduzione della cubatura ritenendo assurda l’edificazione di un milione di metri cubi di cemento. Ma la battaglia non ha riguardato tanto la riduzione della parte “aggiuntiva” regalata come compensazione alle opere di interesse pubblico. La riduzione della cubatura proposta da Berdini ha riguardato infatti, oltre ai grattacieli e all’area circostante, anche le opere pubbliche. Via il prolungamento della metro C – definito anch’esso dalla giunta uno spreco… –  ma soprattutto via la variante e via il ponte sul Tevere.

Strano fare una battaglia a un mostro nel deserto facendolo diventare ancor più immerso nel deserto visto che oramai l’unica via di accesso resta la Via del Mare, storicamente una delle arterie più congestionate della capitale. Con queste modifiche cade ovviamente il vincolo di pubblica utilità e la battaglia anti stadio assume una forza maggiore. In molti hanno visto nella battaglia di Berdini contro ponte e metro C solo una scusa per poter portare avanti i “propri” progetti, ovvero la sua proposta di prolungare la linea C fino a Corviale invece che verso lo stadio e soprattutto la proposta del cosiddetto Ponte dei Congressi, un ponte sul Tevere che avrebbe dovuto avvicinare la Nuvola di Fuksas – altro mostro architettonico costato milioni alle casse del comune – all’aeroporto di Fiumicino, la cui costruzione è però solo alternativa al ponte dello stadio: solo uno di loro avrebbe potuto essere costruito.
Ma oltre alle battaglie edili – i media stessi hanno parlato di “derby dei ponti” riguardo alla battaglia dell’ex assessore – c’è anche un’altra cosa da notare. Paolo Berdini è infatti membro proprio di Italia Nostra, l’associazione che più di tutte ha alzato la voce contro il progetto di Parnasi. Sicuramente c’è una affinità politica tra Berdini,
antifascista dichiarato e definito addirittura “compagno di lotte” dagli attivisti di Action, e un’associazione come Italia Nostra nata negli anni ’50 e tra i cui fondatori più illustri appaiono Antonio Cederna, rifugiato in Svizzera per sfuggire alla chiamata della RSI e poi consigliere comunale negli anni ’60 a Roma con Sinistra Indipendente, Umberto Zanotti Bianco, firmatario del Manifesto degli intellettuali antifascisti e Filippo Caracciolo, già segretario del Partito d’Azione verso la fine della guerra. Berdini stesso poi, definito “uomo delle periferie” dalla propaganda della sinistra antagonista romana, è anche in qualche modo erede di quella linea di edilizia popolare comunista degli anni ’60 che ha creato gli orribili palazzoni di cemento in periferia che non sono mai stati rinnegati ma che anzi vogliono essere “rivitalizzati”, basti pensare appunto al progetto metro C verso il serpentone di Corviale e agli striscioni #forzaberdini apparsi davanti ai palazzoni Ater di Tor Bella Monaca all’indomani delle sue dimissioni.

Ma sembrerebbe esserci dell’altro. Facciamo un passo indietro: dopo il no alle Olimpiadi, come abbiamo anticipato nella prima parte dell’inchiesta, il più colpito sembra essere stato il costruttore Caltagirone, che nella zona di Tor Vergata che avrebbe dovuto ospitare i giochi aveva molti interessi: il completamento della Vela, il prolungamento della metro C ma soprattutto la costruzione del villaggio olimpico vicino al polo studentesco universitario per la cui costruzione proprio Caltagirone aveva vinto il bando. Un Caltagirone che rimane col cerino in mano insomma mentre il “rivale” Parnasi resta ancora ancorato al progetto stadio. Possibile che possa accettare senza tentare uno sgarbo? Sembrerebbe difficile. Ma cosa c’entra Caltagirone con le battaglie anti stadio di Berdini e Italia Nostra? Recentemente è spuntata una notizia riguardante una collaborazione tra Berdini e Caltagirone, nel 2007, proprio per il progetto della casa dello studente di Tor Vergata. Fin qui nulla di strano, Berdini è urbanista e ingegnere ed è normale che collabori con le grandi holding. Ma a far diventare la faccenda poco chiara c’è il fatto, poco conosciuto, che dal 2008 Caltagirone sia stato nominato socio onorario proprio di Italia Nostra. E che la stessa Italia Nostra, all’indomani del no alle Olimpiadi, nella sua battaglia contro il progetto Parnasi – utilizzando come scusa il rischio idrogeologico di Tor di Valle – abbia indicato tra i posti alternativi per la costruzione del nuovo stadio proprio la zona di Tor Vergata oramai orfana del villaggio olimpico.

Un nuovo connubio Calce e Martello promosso dalla giunta pentastellata per far sfilare a Parnasi il progetto a vantaggio di Caltagirone? Potrebbe sembrare un po’ complottista, ma visti i dati è difficile non sospettarlo. Soprattutto quando, all’indomani delle dimissioni di Berdini dall’assessorato dell’urbanistica, come un fulmine a ciel sereno e come un’ultima raffica di cartucce arriva il vincolo di interesse culturale sulla tribuna dell’ippodromo – ridotta a un rudere devastato e in pieno degrado come hanno mostrato tutti i video e le foto subito divulgate dalla società giallorossa – firmato dalla soprintendenza dei Beni Culturali. Indovinate da chi era arrivata la richiesta ufficiale per il vincolo? Esatto, proprio Italia Nostra. Con tanto di ironia da parte di Berdini che ieri sorridendo ha affermato “il vincolo è arrivato proprio quando doveva arrivare”.
Ora tutto è bloccato dal commissariamento di fatto posto dallo stesso Grillo sulla questione, che scavalcando giunta e sindaco oggi presenzierà al “vertice” che metterà fine – o meglio un nuovo inizio – all’intera questione. La strada percorsa da Grillo è quella di dire sì allo stadio ma “in un altro posto”. Sarebbe curioso vedere ora quale sarà il posto proposto, anche se per legge il Comune non può decidere e imporre la zona dell’edificazione di uno stadio privato. Ma chissà che in nome della legalità e dell’onestà non ci si metta tutti d’accordo…

Luigi Di Stefano e Carlomanno Adinolfi

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