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usa renziWashington, 24 feb – Airbnb, l’università di Stanford e l’ad di Apple, Tim Cook. Manca solo Uber, che fa stanza proprio su quella West Coast che vede in questi giorni il tour di Matteo Renzi. Poco male: l’ex premier aveva già espresso a suo tempo le sue lodi per il “servizio” della multinazionale si San Francisco, all’appello mancavano gli altri soggetti del nuovo corso dell’economia. Ecco allora la visita all’Ateneo californiano, dalla quale sono usciti molti dei protagonisti della cosiddetta sharing economy, ecco le chiacchiere in allegria con l’amministratore delegato della mela di Steve Jobs, la visita ufficiale al colosso fatto app che promette di scardinare il vecchio (?) business degli alberghi.



Renzi si è dunque dato al lobbysmo, buen retiro di molti politici trombati? Tutt’altro, perché nonostante le promesse pre-referendum il fu sindaco di Firenze è ancora in pista. E il viaggio in America sarebbe, a sentir le sue parole, il modo migliore per affrontare le sfide del futuro. “Sono qui per battere i populismi e rilanciare la sinistra“, ha annunciato, spiegando che la risposta al primo fenomeno “potrebbe stare nella crescita favorita dall’innovazione”.

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E dove andarla a cercare, questa sedicente innovazione, se non nella patria che tutti le attribuiscono e cioè gli Stati Uniti d’America? Peccato per un dettaglio: sconfiggere i populismi con gli strumenti approntati laddove il populismo – ammesso che si riesca a dare un senso a questo vago termine – ha invece stravinto suona un po’ strano. A meno che non si faccia una seria riflessione sui perché della vittoria di Trump, la quale tuttavia implicherebbe un abbandonare la retorica delle applicazioni e degli smartphone che salveranno il mondo.

Perché la situazione è molto chiara: se l’istrionico newyorchese ha vinto non è per le battute sulle donne, né perché il motto Make America Great Again in Italia si traduce ed adatta come FIGA, né perché il machismo non è ancora stato debellato. No, Trump non ha mirato e non mira alla pancia delle persone, ma è stato cristallino: ha parlato e parla di lavoro, di manifattura, di tutela delle industrie nazionali e dei contratti per i cittadini americani prima di tutti gli altri. Un discorso talmente banale e lineare da risultare incomprensibile a chi pensa che la libera concorrenza via telefonino possa rappresentare il futuro. Anche perché vediamola questa concorrenza: corrispettivi spesso da fame (si vedano, su tutti, i conti in tasca ad Uber), sleale e che nell’ambito della globalizzazione mette a confronto lo sfruttamento di condizioni con quel minimo di garanzie che noi ancora conserviamo.

Non sorprende in questo senso che, numeri alla mano, nonostante Obama abbia raggiunto un salto netto positivo nella creazione di posti di lavoro, gli americani abbiano deciso di votare per il candidato repubblicano. Sarà che forse non basta la quantità, ma serve soprattutto analizzare la qualità? Bene, il mondo in mano alle app e gli iPhone va proprio nella strada opposta. Un po’ come il Jobs Act, un fallimento su tutta la linea che però Renzi non smetterà mai di elogiare…

 

Nicola Mattei

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