Roma, 26 lug – Il caso Archie Battersbee è l’ultimo di una serie di interruzioni di sostentamento vitale decise dai giudici della Corte britannica, a quanto pare ormai abituata ad agire nel senso dello “stop alla vita” a qualsiasi costo, anche quello di andare contro la volontà delle famiglie.

Archie Battersbee, 12 anni, spina da staccare

Irremovibili i giudici britannici, come riportato da Tgcom24: il dodicenne Archie Battersbee, in coma, non può continuare ad essere sostenuto dalle macchine. Quindi, “staccare la spina”. Per l’ennesima volta contro la volontà della famiglia, al contrario disperatamente intenzionata ad aspettare ancora e a sperare nel risveglio del bambino. Nemmeno l’infarto del padre, in seguito alla pronuncia, fa cambiare idea ai giudici. Era il momento di “staccare la spina” e basta. Anche in appello, rifiutandosi di ammettere l’istanza dell’avvocato della famiglia che chiedeva un altro esame. Nel “migliore interesse” del bambino, si è deciso per il freno “all’agonia”.

Eutanasia, da casi specifici a procedure di massa

A parte il caso Archie Battersbee, questo è ciò che sta accadendo, grosso modo, in tutto il centronord Europa. Se da noi la discussione è ancora focalizzata su casi molto estremi, in cui l’aspirante “deceduto” o presunto tale si trova spesso quasi alla stregua di un vegetale, in Paesi come Belgio, Olanda e – appunto – Gran Bretagna, il suicidio legalizzato, assistito o direttamente l’eutanasia sta assumendo forme sempre più estese. Perché se nel Regno Unito i giudici optano spesso per l’interruzione delle procedure sanitarie a bambini in condizioni di coma o di altre precarietà di salute ignorando quasi sistematicamente le volontà delle famiglie, in Olanda si può decidere direttamente come morire da qualche anno, come riportato anche su Repubblica.

Alberto Celletti

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