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Seconda parte della nostra inchiesta sulla storia dell’Anpi: qui la prima puntata.

Roma, 1 giu – La sconfitta del Fronte nelle elezioni del 18 aprile aveva esasperato i partigiani comunisti. Sette giorni dopo il voto, ossia il 25 aprile 1948, a Milano si stava celebrando la liberazione. Tra gli oratori c’era Ferruccio Parri, accanto a Luigi Longo. I comunisti cominciarono a fischiarlo, per impedirgli di parlare. Allora Parri interruppe il discorso e scese dal palco.

Non meraviglia pertanto la fuoriuscita dall’Anpi nel 1948, dopo l’attentato a Togliatti ed i tentativi di insurrezione armata dei partigiani comunisti, dei partigiani monarchici, dei cattolici e degli autonomi che costituirono la Federazione Italiana Volontari della Libertà, Fivl, presieduta dapprima dal generale Raffaele Cadorna, già comandante militare della resistenza, ultimo Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito e primo dell’Esercito italiano (per comprendere il personaggio, nell’aprile 1945, avendo avuta notizia di un progettato assalto a San Vittore dei comunisti per assassinare il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, Cadorna si chiuse nella cella con lui, armato, per difenderlo sino alla consegna agli statunitensi; nel 1965 rifiutò di partecipare alle cerimonie ufficiali a Milano, presente il presidente Saragat per il ventennale della liberazione, per seguire invece una conferenza del circolo Rex sui cinquant’anni della Grande Guerra, affermando di sentirsi guerriero e non guerrigliero, soldato e non ribelle) poi da Enrico Mattei, quindi dopo la sua morte, da Mario Argenton, da Aurelio Ferrando e da Paolo Emilio Taviani.

Facevano parte del primo Consiglio Direttivo Nazionale della Fivl Enrico Mattei, Raffaele Cadorna, Mario Argenton, Eugenio Cefis, Mario Ferrari Aggradi, Giovanni Marcora, Paolo Emilio Taviani, Aurelio Ferrando Scrivia, Aldo Sacchetti, Lelio Speranza, le Medaglie d’Oro al Valor militare Edgardo Sogno, Paola Del Din, Rino Pacchetti, Enrico Martini Mauri ed altri esponenti della Resistenza non comunista, seguiti, nel 1949, delle componenti azioniste, legate a Giustizia e Libertà, da cui nacque la Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane (Fiap) che ebbe come primo Presidente Ferruccio Parri, Maurizio, già Presidente del Consiglio. La separazione dall’Anpi era stata decisa da Ferruccio Parri, da Antonio Greppi, sindaco socialista di Milano, da Piero Calamandrei (che si era riuscito a riciclare come partigiano!), da Leo Valiani, da Giuliano Vassalli e da Aldo Aniasi Iso. Come scrisse lo stesso Aniasi, ciò avvenne con lo scopo di

Riaffermare un impegno di libertà e in salvaguardia dei valori della Resistenza nella completa indipendenza da ogni partito o raggruppamento politico.

Disse Parri che

Vogliamo riunire non la totalità dei partigiani, ma soltanto quelli legati dalla fede nella libertà e dalla volontà di difenderla. A chi ci rimprovera di rompere l’unità partigiana a profitto della reazione, rispondiamo che è la pretesa di monopolio del Pci che ha fatto il gioco delle forze reazionarie. Infine, concluse Parri, a rompere l’unità della Resistenza raffigurata dall’Anpi è la pressione da carro armato della potenza sovietica sui paesi dell’Est e sull’Europa al di là di essi, a Berlino, a Praga, a Belgrado.

Insomma, per l’ex comandante giellino i partigiani rossi non avevano nulla a che fare con la libertà, ma erano strumenti dell’imperialismo sovietico. E ancora, con parole che oggi sarebbero accusate di revisionismo dall’Anpi:

Nell’ultima fase della lotta partigiana fu ben dannoso l’ingrossamento della penultima ora. E più ancora la valanga di eroi della sesta giornata, che hanno fornito la massima parte degli avventurieri imbroglioni e profittatori: quelli che, intervenendo nel dopoguerra, hanno servito di pretesto ai nostri avversari. Venne poi la politica dell’organizzazione controllata dai comunisti per allargare le maglie, per moltiplicare le truppe. Noi preferiamo la qualità. Primo requisito dei nostri iscritti, dice il nostro statuto, deve essere la moralità nella vita pubblica e privata Noi abbiamo e dobbiamo avere sempre una sola legge: quella della verità e della giustizia.

Fedeli all’idea comunista

Insomma, già allora, come oggi, per i comunisti l’esser stati partigiani non contava molto: piuttosto contava la fedeltà all’idea comunista, l’esser pronti alla seconda ondata, esattamente come oggi in cui in nome dell’antifascismo si intruppano nell’Anpi ragazzotti da centro sociale e veterani del ’68 e del ’77 a sostituire i sempre meno numerosi partigiani (ovviamente solo quelli comunisti!) in nome dell’antifascismo, continuando però a definirsi associazione partigiana ed ad incassare i finanziamenti pubblici. E, allora come oggi, chi aveva un’altra idea era semplicemente bollato come fascista. In pratica, i fondatori della Fivl e della Fiap avevano rotto con l’Anpi perché la ritenevano troppo succube del Pci di Togliatti e degli interessi dell’Unione Sovietica di Stalin.

Di fatto, l’Anpi era uno dei bracci della politica comunista in Italia. Una politica che aveva come stella polare la totale fedeltà a Mosca e a Stalin, ed era destinata, in caso di guerra, a ricoprire nuovamente il ruolo di quinta colonna in appoggio alle truppe del Patto di Varsavia, e, ancora una volta di eliminazione degli elementi ostili, di sabotaggio di caserme: quella che sarà poi definita la Gladio Rossa, le cui mosse erano controllate dal servizio informazioni militare, il SIFAR, soprattutto su istanza del ministro della difesa Randolfo Pacciardi, che i comunisti li conosceva- e li temeva- da quando aveva combattuto in Spagna nella Garibaldi.

Del resto, da Togliatti a Longo, Secchia, Barontini, Vidali, i leader erano tutti legati al GRU (il servizio di informazioni militare sovietico) ed alle purghe contro anarchici e trotzkijsti nella Spagna del 1937. È  importante sottolineare il legame di totale subordinazione del Pci e della sua classe dirigente al Pcus ed al governo sovietico prima, durante e soprattutto dopo il conflitto mondiale. Ciò riguardava tutte l’associazionismo di Botteghe Oscure, dall’Unione Donne Italiane, al Fronte della Gioventù (poi Federazione Giovanile Comunista, niente a che vedere con l’omonimo e più tardo FdG missino) ma soprattutto l’Anpi, nel quale era confluita la massima parte dei partigiani comunisti, ovvero quelli che durante la guerra civile erano stati i più combattivi ed efficienti tra i guerriglieri sul fronte italiano, e che spesso non avevano deposto le armi, convinti della necessità di continuare il processo rivoluzionario (si pensi alla milanese Volante rossa). Elementi, a questo punto, spesso scomodi, anche per il radicalizzarsi della reazione governativa: dopo l’attentato a Togliatti e l’assassinio brutale di un maresciallo dei Carabinieri e di un poliziotto ad Abbadia San Salvatore l’ultimatum delle Forze dell’Ordine era stato brutalmente chiaro: I tedeschi hanno fatto dieci per ognuno dei loro: noi faremo cento per ognuno dei nostri. E il ministro degli interni Scelba nella legge che porta il suo nome aveva parificato l’apologia di fascismo con il comunismo, proponendo di fatto di mettere fuorilegge il Pci, anche se De Gasperi stralciò la parte relativa per timore di una guerra civile.

Le fughe verso il socialismo reale

Fatto sta che per il Pci – e perciò per l’Anpi – la presenza di personale addestrato e combattivo, spesso macchiatosi di crimini che neppure l’amnistia Togliatti aveva cancellato, essendo stati commessi a guerra finita, era divenuta scomoda in Italia, ma poteva essere utile all’estero. Così iniziò il fuoriuscitismo prima verso la Jugoslavia, e, dopo la rottura di Tito con Stalin, verso la Cecoslovacchia, dove le capacità militari e l’affidabilità politica degli ex partigiani venne sfruttata sul piano dell’intelligence, della propaganda radiofonica e dell’addestramento militare, esattamente come avvenutao tra le due guerre. Si trattava, ovviamente, di qualcosa di assolutamente ostile alle istituzioni della repubblica italiana nata dalla Resistenza, come oggi l’Anpi non manca mai di sottolineare. Tra di loro vi era Francesco Moranino detto Gemisto, comandante partigiano condannato all’ergastolo non per il massacro di prigionieri della RSI schiacciati sotto i camion, ma per le sevizie e le uccisioni di mogli di partigiani non comunisti e quindi nemici del popolo. E’ una pagina di cui il Pci e l’Anpi parlavano e parlano poco, e che merita di essere ricordata.

Sul finire degli anni Quaranta, per sfuggire alla cattura, 466 partigiani comunisti italiani (i più del Triangolo della morte emiliano, alcuni della Volante rossa milanese tra i quali il capo dei terroristi della Volante , Giulio Paggi, il comandante Alvaro) trovarono rifugio in Cecoslovacchia. Sull’argomento esiste il libro apologetico di Giuseppe Fiori, Uomini ex, ovvero Lo strano destino di un gruppo di comunisti italiani pubblicato da Einaudi nel 1993. La storia amara, disperata, di un sogno- noi diremmo icubo!- esportato, insieme alle esistenze compromesse di chi non aveva consegnato le armi ed avevo continuato ad ammazzare a guerra finita. Un progetto uscito clandestino dall’Italia e trasferito a Praga, terra del socialismo reale. In Cecoslovacchia si arrivava solo attraverso i canali del partito.

Il partito comunista, tramite le sezioni dell’Anpi, forniva i documenti falsi, l’organizzazione d’appoggio e il collocamento in Cecoslovacchia procurando un alloggio e un lavoro adatto alle capacità individuali. Gli intellettuali erano in forza a Oggi in Italia, programmazione del Pci che s’appoggiava a Radio Praga, bollettino in italiano dalla terra del socialismo, leggi propaganda e disinformazione, cui collaborò il futuro direttore del Tg3 in quota Pci Sandro Curzi, quello di Telekabul.

Gli illetterati – i gorilla più adatti a usare il mitra che il cervello – venivano mandati a lavorare in campagna o nelle fabbriche ceche. Tutti gli esuli erano comunque più che tutelati dal partito. Ed erano controllati. Il Pci aveva una vera e propria succursale in Cecoslovacchia, con i suoi commissari politici e tutto il resto, ed i cechi offrivano sì ospitalità, ma a loro volta sorvegliavano la comunità degli esuli, percepita comunque come un corpo se non proprio estraneo, quanto meno straniero, quindi non sottoposto all’autorità del partito comunista cecoslovacco ma direttamente sottoposto ai servizi sovietici.

Non mancarono i suicidi, e non furono casi isolati. La lontananza dalle famiglie, per chi già le aveva, la disillusione sul socialismo reale, il senso di isolamento. Ma furono davvero tutti suicidi? Per qualche caso si potrebbe pensare addirittura l’ombra di una mano esterna, cosa non particolarmente improbabile nel regime comunista cecoslovacco. Diversi membri della comunità italiana furono reclutati dalla polizia segreta cecoslovacca come informatori. Comunisti italiani che spiavano comunisti italiani, in nome degli ideali marxisti-leninisti.

Dalla Cecoslovacchia i fuoriusciti rientrarono in varie riprese e alcuni non sono mai tornati. La prima amnistia per i fatti di sangue del dopoguerra fu del 1959; per ripagare l’appoggio del Pci alla propria elezione Saragat graziò il pluriomicida Moranino. Ma per le situazioni più gravi – il capo della Volante rossa  Giulio Paggio, Natale Burato, Paolo Finardi – ci volle l’elezione di un presidente della repubblica ex-partigiano, Sandro Pertini, e l’intercessione presso di lui di Arrigo Boldrini Bülow, presidente nazionale dell’Anpi, per ottenere la grazia nel 1978. Un vero schiaffo alla giustizia.

Carlo C. di Santafusca

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