Roma, 25 apr – È notorio l’astio coltivato per decenni da buona parte della destra politico-culturale nei confronti di Giuseppe Mazzini. Basti pensare a certi ambienti evoliani, condizionati da una serie di giudizi negativi che il filosofo tradizionalista ha riservato a Mazzini (definito ancora negli anni Cinquanta una “figura così sinistra”), o ai tradizionalisti cattolici, per i quali Mazzini rappresenta la quintessenza della sovversione anticlericale e massonica, con gli inevitabili risvolti cospirazionisti, testimoniati, ad esempio, dall’esilarante “carteggio Pike-Mazzini”.

Mazzini e gli antimazziniani

A ingrossare le fila degli antimazziniani c’erano anche i neoborbonici, pronti ad accusare il genovese di aver contribuito al tramonto, a detta loro, dell’età dell’oro del Meridione, mentre i leghisti hanno sempre guardato, per ragioni alquanto comprensibili, a un altro componente della ‘famiglia’ mazziniana, vale a dire al federalista Cattaneo. D’altronde, giusto per allargare la prospettiva, per tutti questi ambienti era in fondo il Risorgimento in quanto tale ad essere messo sotto processo, ragion per cui la condanna di Mazzini era veramente senz’appello, visto che riguardava sia, per così dire, l’uomo e l’opera, sia il più ampio processo storico del quale il genovese è stato uno degli indiscutibili protagonisti.

Ampliando il ‘raggio’ analitico, se a ciò aggiungiamo l’imbarazzante esterofilia culturale della destra italiana (e specialmente della destra radicale), sulla quale ha scritto pagine importanti Francesco Germinario (nel suo Da Salò al governo), il quadro diventa ancor più chiaro. Rarissime le eccezioni, dalla rivista La Cittadella a certo neofascismo di sinistra (o socialista nazionale), quest’ultimo però, pur sinceramente legato alla sua eredità, in fondo incapace di proporre ricerche davvero serie e documentate su Mazzini, al di là della sua inclusione nel solito mantra dei ‘padri nobili’ da ripetere a ogni occasione o da omaggiare con qualche articolo sparso. Insomma, si è dovuta attendere una più generale rivalutazione del Risorgimento, i cui meriti sono sostanzialmente ascrivibili a Casapound Italia, per vedere finalmente Mazzini restituito all’importanza che merita. E a riprova dei ritardi culturali dell’ambiente destroradicale (o neofascista, o come lo si preferirà chiamare), solo adesso è uscito un testo finalmente argomentato e ben costruito su Mazzini, ad opera di Francesco Carlesi, intitolato Giuseppe Mazzini, un italiano. L’apostolo della patria e del lavoro, pubblicato quest’anno dalla Eclettica Edizioni.

Innanzitutto, l’interesse dell’autore per Mazzini non è estemporaneo, in quanto rientra in una organica e coerente ricerca sui temi della terza via, della partecipazione e del corporativismo che lo stesso Carlesi sta portando avanti da anni, avvalendosi anche della teoria di Marcelo Gullo sulla insubordinazione fondante, cioè sulla messa in discussione del pensiero dominante di un’epoca (in questo caso il neoliberalismo), unita a una efficace attività statale in grado di assicurare quella soglia di potere capace di garantire l’indipendenza della nazione e un suo ruolo autonomo nell’arena internazionale.

A seguire, l’attenzione va ovviamente appuntata sul binomio patria/lavoro, intorno al quale è in buona misura costruito il testo di Carlesi, che non a caso, sin dal titolo sottolinea l’italianità di Mazzini. Per evitare ogni possibile equivoco, va subito detto che la patria per Mazzini non ha nulla a che fare con la visione cosmopolitica di un Evola o con i vari patriottismi della costituzione et similia. La patria non è altro dalla nazione, e la nazione mazziniana unisce il momento prepolitico dell’ethnos con quello politico-volontaristico del demos, ed è quindi tutt’altro che un’esangue astrazione, contemplando una dimensione indubitabilmente ascrittiva, come sostenevo già in un articolo del 2015 uscito sempre sul Primato online. Una patria chiamata a recitare un ruolo di primo piano nell’agone tra le grandi potenze, anche perseguendo una politica espansionista e colonizzatrice in Africa e nei Balcani, come Carlesi non manca di ricordare. Senza poi contare il mito mobilitante della terza Roma che doveva costituire il momento più alto di un’Italia finalmente rigenerata e in grado di occupare il posto che le spettava tra i popoli europei. Un’Italia rinata nel segno di Roma, e come quest’ultima centro di una nuova missione nazionale che addirittura fungesse da esempio e modello per gli altri popoli.

Lavoro, eredità ed estinzione

Altro aspetto dirimente è appunto quello del lavoro, che distingue Mazzini dalle posizioni marxiste e utilitariste. Anzi, Carlesi, insistendo a ragione su questo punto, a supporto delle sue tesi riporta (pp. 66-71) uno scritto dedicato da Mazzini appunto al fondatore dell’utilitarismo, l’inglese Jeremy Bentham, per poi soffermarsi sulle più ‘sociali’ posizioni mazziniane, dall’associazionismo operaio all’alleanza tra capitale e lavoro, fino a individuare nel genovese quasi il padre della terza via, come recita il titolo del quarto capitolo, anche qui integrando le sue osservazioni con uno scritto mazziniano riprodotto integralmente, intitolato “La questione sociale”, e risalente al 1871, di particolare importanza per chiarire gli intendimenti di Mazzini sul finire della sua vita (Mazzini morirà l’anno successivo). D’altronde, che Mazzini pensasse la questione sociale in termini interclassisti, cioè di collaborazione tra le classi sociali, era un’ovvia conseguenza della sua idea di nazione, che sarebbe uscita irrimediabilmente lacerata da una lettura conflittualista dello scontro sociale (sul modello marxista), ma anche da un individualismo spinto all’estremo come quello postulato dalla scuola utilitarista, per la quale si poteva dare appunto solo un utile individuale, essendo l’utilitarismo filosofia dell’io, non del noi. E, per essere ancora più chiari, Mazzini guardava a una società che per reggersi e legittimarsi doveva incentrarsi innanzitutto sui doveri, non sui diritti, avendo di quest’ultimi già compreso la natura essenzialmente rivendicativa e antisociale.

Gli ultimi due capitoli del suo libro, Carlesi li dedica alla ‘fortuna’ di Mazzini. Particolare attenzione è riservata all’esperimento fiumano e alla Carta del Carnaro di De Ambris, carica di suggestioni ed echi mazziniani, per poi arrivare al rapporto, complesso e sfaccettato, tra il fascismo e l’eredità mazziniana, con i nomi in primis di Gentile e Mussolini. Ma il pensiero mazziniano non si spegne completamente nel secondo dopoguerra, anche se indubbiamente finirà per occupare uno spazio sempre più marginale, soprattutto a causa delle compromissioni del nazionalismo col regime fascista e del venire in primo piano di due partiti egemoni (PCI e DC), radicati in una tradizione di stampo universalistico. A tenere viva la memoria mazziniana, oltre ovviamente il partito repubblicano e soprattutto il ‘socialismo tricolore’ craxiano, saranno alcune esperienze epigonali del fascismo, vale a dire la “sinistra nazionale” di Massi, la “destra sociale” di Accame, il sindacalismo della CISNAL e L’Istituto di Studi Corporativi animato da Gaetano Rasi.

In definitiva, per racchiudere in poche righe il senso del libro, si può tranquillamente affermare che, per chi desiderasse entrare nel pensiero e nell’opera di Mazzini, ed anche nella storia della sua eredità, il lavoro di Carlesi rappresenta quanto di meglio l’ambiente non conformista italiano abbia prodotto sull’argomento.

Giovanni Damiano

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