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Roma, 1 dic – Secondo la stampa internazionale, spiccatamente quella anglosassone, di fronte al fallimento della diversione strategica russofoba denominata “Brexit”, scongiurata dalla inaspettata affermazione di Donald Trump negli Usa, ci troveremmo nel pieno di una offensiva neofascista. La punta di avanguardia di questo movimento “fascista” sarebbe rappresentato ancora una volta dall’Italia.
Ora, dobbiamo differenziare il momento immediatamente politico dal momento propagandistico. Da un punto di vista politico, perché il neoliberalismo ideologico anglosassone descrive globalmente il fascismo come il maggior pericolo? Potrebbe agitare il pericolo di un “neo-comunismo” che, con le medesime forzature, si potrebbe individuare nella linea di sinistra radicale di una parte del governo rappresentata da Fico, ma non lo fa.
Evidentemente, la visione e la prassi di Mussolini, basata sulla costruzione neo-machiavellica di uno Stato opera d’arte o di uno Stato di cultura rispettoso della personalità morale, costituisce tutt’oggi la più grande sfida politica rispetto al liberalismo anglosassone fondato sul totalitarismo liberista e sui diritti dell’individualismo atomistico a scapito dell’etica politica di Benedetto Croce. Da un punto di vista propagandistico, la nuova divulgazione antifascista è finalizzata altresì alla rappresentazione persuasiva tendente a identificare il Fascismo con il Secondo conflitto mondiale. Ora, prescindendo dal fatto che, secondo gli studi di Rosaria Quartararo, le origini della Seconda guerra vanno ricercate di contro nell’ossessione dell’Imperialismo anglosassone, basata strategicamente sulla “difesa preventiva” dell’immenso dominio britannico dalle necessarie rivendicazioni mediterranee di Roma fascista, si può dire che anche questa tattica propagandistica ha fallito: il 4 marzo 2018 lo ha ben mostrato, essendo state sonoramente sconfitte, per volontà del popolo italiano, proprio le forze della più virulenta conservazione antifascista.
Basta però questo a fare dell’attuale governo una metamorfosi neofascista? Assolutamente no. Tre elementi fondamentali vanno ben considerati. Anzitutto, il Fascismo non fu nazionalista né xenofobo: la prassi dello Stato quale atto morale, etico, quintessenza della “Dottrina del fascismo” e elemento precipuo, indistinguibile della “ideologia” fascista, si risolveva infatti in un concreto disegno strategico, di natura Imperiale e, dunque “multinazionale”, non nazionalista, alternativa di civiltà e antagonistico all’Imperialismo occidentalista anglo-francese. In secondo luogo, Mussolini, il politico, non fu mai populista: da tattico navigato e stratega audace, sapeva che solo una elite politica, machiavellica, poteva frantumare decenni di liberalismo massonico e di dominio industriale semicoloniale (verso Francia e Germania) post-risorgimentali. Una elite politica che mobilitasse il popolo, che sapesse educare le masse ma non che seguisse confusamente il popolo, invertendo e degradando le elementari leggi del realismo politico italiano di scuola machiavellica. In terzo luogo, da allievo e studioso di Pareto e Croce, sapeva che o l’economia si risolve in guerra tattica politica, o l’utile si risolve perciò nell’etico o, di contro, continueranno a predominare le elite della conservazione e della “demagogia tirannica liberal-democratica” (Pareto) ed individualistica.
Di conseguenza, non c’è alcuna offensiva neofascista di governo in Italia. Non è questo il contesto per stabilire ora se sia esistito un “fascismo universale”, se possa esistere e se eventualmente sia oggi in azione o se il Fascismo sia viceversa un fenomeno esclusivo della storia e del popolo italiani. Qualora fosse tuttora possibile l’efficacia espansiva, morale, nel mondo di un simile fenomeno, meriterebbero certamente maggior attenzione i casi della Russia e del Giappone. L’umanesimo digitale, ad esempio, presente nella strategia della Società 5.0 del Giappone di Shinzo Abe, ci sembra allora ben più “neofascista” del populismo impolitico occidentale. E lo stesso si può dire di un certo decisionismo elitistico da Stato etico, da Stato-potenza del realismo putinista. Qualora il Giappone percorresse con più dinamicità la via dell’Indipendenza assoluta dall’Occidente; qualora la Russia si mobilitasse in modo permanente e in senso ancor più coerentemente panrusso, non retrocedendo dalla lotta di civiltà contro l’Imperialismo anglosassone massimamente russofobo, potremmo trovarci di fronte a casi di effettivo Stato etico. Ma le radici e la prassi politica di tali esempi sono appunto ben differenti da quelli dei populisti oggi in voga in tutto l’Occidente.
Francesco Rossini



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