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Roma, 9 ago – Se c’è qualcuno a cui il voto anticipato non conviene, quel qualcuno è proprio il M5S. Capace di dimezzare il proprio consenso in poco più di un anno (dal 32 al 17%), con un’emorragia monstre di 6 milioni di voti, il movimento fondato da Beppe Grillo e capitanato da Luigi Di Maio si trova attualmente nelle sabbie mobili: non appena si muove per cavarsi dalle difficoltà, non fa altro che continuare a sprofondare. Stavolta però, a differenza che in altre occasioni, sarà anche più difficile trovare un capro espiatorio esterno: i complotti, i poteri forti, Renzi, il Pd. Non sarebbe credibile (ammesso che lo fosse a suo tempo). No, stavolta il M5S non può che biasimare sé stesso. E nessun altro.

Il M5S ha sbagliato (quasi) tutto

Già all’indomani delle Europee avevamo tentato di spiegare i motivi del tonfo del M5S: la scelta sbagliata dei ministeri, le azioni di sabotaggio ai danni delle politiche immigratorie di Salvini, la svolta a sinistra ecc. Di Maio, in sostanza, non ne ha azzeccata una. Ma il capolavoro di insipienza e inettitudine politica il M5S l’ha fatto proprio in questi ultimi due mesi. Vediamo come.

Di fronte a un ribaltamento dei rapporti di forza, uno scaltro Salvini ha preparato un «trappolone» in cui Di Maio e compagni sono caduti con tutte le scarpe: il leader della Lega infatti, invece di pretendere un rimpasto dell’esecutivo (e quindi più poltrone), ha semplicemente chiesto di rispettare l’agenda di governo, in particolare di votare in Aula Tav e Flat tax. Ed è proprio qui che Di Maio e il M5S hanno perso la loro grande occasione per risalire la china. Negli ultimi mesi, se ci riflettiamo, questa era la percezione dell’esecutivo presso gli elettori: ogni vittoria del governo era una vittoria di Salvini; ogni sconfitta del governo era una sconfitta di Di Maio. Ora, invece, la dirigenza pentastellata aveva la possibilità di invertire la tendenza: accontentando le richieste di Salvini, questi non avrebbe più avuto il paravento dell’«alleato sabotatore». In caso di fallimento delle suddette ricette, Di Maio avrebbe potuto dire: «Caro Matteo, le cose sono andate male, ma noi ti avevamo avvertito. Ora bisogna fare come diciamo noi». A questo punto, il M5S avrebbe potuto recuperare credibilità, autorevolezza e, ovviamente, consenso.

Un suicidio a cinque stelle

Che cos’ha deciso di fare, invece, Di Maio? Ha scelto di continuare a mettere i bastoni tra le ruote a Salvini. Stavolta, però, da una posizione non di forza, ma di debolezza. Il culmine di questa condotta masochistica è stato raggiunto con il voto dato dai pentastellati all’anti-sovranista Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea. Naturale che il leader della Lega si sia stufato, decidendo di staccare la spina al governo e, con le elezioni anticipate, di passare all’incasso. Elezioni che, per il M5S, arrivano in un momento delicatissimo, forse fatale. Per Di Maio soprattutto. Quello attuale, infatti, è il suo secondo mandato e, per il regolamento interno del movimento, non potrebbe candidarsi per un’altra legislatura (proprio per questo motivo Alessandro Di Battista ha preferito fare il globe-trotter piuttosto che giocarsi il secondo mandato per fare, di fatto, il panchinaro di Di Maio). Certo, il M5S può inventarsi qualche deroga, ma il futuro politico di «Giggino» è comunque appeso a un filo: il tracollo pentastellato, infatti, porta inequivocabilmente la sua firma. Sarà difficile convincere gli elettori del contrario o addossare la colpa a Salvini. E, poi, c’è appunto un rilanciatissimo Di Battista che non vede l’ora di fargli le scarpe. 

I sondaggi, del resto, parlano chiaro: mentre la Lega, dal 34% del 26 maggio, ha continuato a veleggiare verso il 40%, il M5S non è più riuscito a schiodarsi dal 17% delle Europee. Peraltro, Di Maio può presentare agli elettori un ben magro bottino: il taglio ai vitalizi – più simbolico che altro – e un reddito di cittadinanza azzoppato da Bruxelles. Insomma, così come è nato dal nulla, il M5S rischia veramente di sparire in tempi molto brevi. A differenza del Pd, non può contare su un consenso di struttura maturato nei decenni e, se la Lega gli sottrae anche il voto di protesta, non è escluso che possa ritrovarsi sotto la soglia psicologica del 10%, un po’ come è successo a Berlusconi. E, a quel punto, non resterebbe che suonare le campane a morto.

Valerio Benedetti     

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