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Roma, 6 set – Siamo come il sognatore che sogna e vive nel sogno. Ma chi è il sognatore?
Difficile parlare di Twin Peaks, una serie dove c’è tutto ma che, come al solito, sembra sempre lasciare lo spettatore con un pugno di mosche in mano. Un ritorno atteso per 25 anni, da quando quella serie apparentemente thriller che tenne incollati allo schermo milioni di spettatori in tutto il mondo si trasformò in un qualcosa che la televisione ancora non aveva mai visto, un condensato surrealista, onirico, metafisico, che univa teosofia, buddismo tibetano e mitologia nordico-arturiana che si amalgamava intorno alla storia di una cittadina americana apparentemente paradisiaca ma che nascondeva intrighi, assassini, stupri, droga e violenza, l’emblema del doppio e della dualità espresso dai picchi gemelli che danno il nome al paese, e alla serie. David Lynch anticipò di quasi 10 anni il concetto moderno e oramai inflazionato di “serie tv”, creando di fatto un punto cardine della storia televisiva.

Quella notte tra il 10 e l’11 giugno 1991 tutti rimasero incollati davanti alla tv, sperando che fosse finalmente spiegato tutto: la Loggia Nera, Bob, il Gigante, il Nano… ma davanti all’episodio forse più surrealista della storia della tv tutti rimasero solo a bocca aperta, per poi richiuderla di fronte a un finale che non solo lasciava aperto il destino di Cooper ma che di fatto, dopo essersi diretto verso la conclusione delle sottotrame, le riapriva all’improvviso tutte (Donna e il mistero del padre, Audrey e la bomba in banca, il risveglio di Nadine che sconquassava il triangolo con Ed e Norma, Leo in equilibrio mortale per non essere morso dai ragni velenosi) lasciando lo spettatore con quell’ansia da cliffhanger che lacera tra voglia di capire i simboli e i messaggi nascosti e voglia di vedere almeno un altro episodio. Episodio che non ci sarebbe stato, la terza stagione – ma Lynch la voleva davvero come dicono? – fu cancellata dal canale ABC per il calo di ascolti durante la parte centrale della seconda stagione – si sa che la colpa fu solo della produzione che andò contro le volontà artistiche di Lynch – lasciando tutto irrisolto. Poi, nel 1992, una nuova speranza: l’annuncio del film Fuoco Cammina con Me. Tutti speravano che potesse essere la conclusione della serie, ma invece si trovarono di fronte a un prequel che raccontava gli ultimi giorni di Laura Palmer e che non solo non chiudeva le sottotrame, ma anzi dando nuovo spazio alle entità metafisiche apparse solo di sfuggita nella serie creava solo nuove domande. Il film, inquietante, onirico, folle, fu un flop al botteghino solo per diventare, col tempo, un film culto osannato postumo da critica e pubblico. Tutti i fan sono rimasti in perenne attesa dell’annuncio di una terza stagione per anni, e proprio quando oramai tutti avevano perso le speranze, ecco l’annuncio nel 2016, tramite la vecchia profezia di Laura Palmer avvenuta proprio nell’ultimo episodio del 1991. “Ci rincontreremo tra 25 anni”.

Ed eccoli tornare tutti, 25 anni dopo. Tornano i vecchi attori e i vecchi personaggi, alcuni con cui il tempo è stato più che clemente (su tutti l’immenso Kyle MacLachlan/Cooper e la ancor meravigliosa Madchen Amick/Shelly) altri con cui il tempo è stato più malevolo (devastante vedere 25 anni dopo la bellissima Sherilynn Fenn/Audrey, ma anche Sheryl Lee/Laura Palmer), tornano anche, tramite immagini di repertorio rimontate, dei personaggi chiave di cui i rispettivi attori sono morti (David Bowie, Killer Bob, Don Davis nei panni del Maggiore Briggs), ma appaiono anche tantissimi attori di Hollywood, mostri sacri disposti anche a un piccolo cameo pur di far parte della storia di Twin Peaks: Monica Bellucci, Jim Belushi, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh, Ashley Judd, Amanda Seyfried, Richard Chamberlain, oltre a Laura Dern e Naomi Watts, attrici “lynchiane” (la prima protagonista proprio con MacLachlan di Velluto Blu, la seconda di Mulholland Drive) qui interpreti di personaggi chiave. The Return, questo il nome della terza stagione di 18 episodi, viene annunciato come un film di 18 ore. Lynch lo ha girato tutto insieme proprio come fosse un film. Questo ha anche permesso, casualmente, che attori come Catherine Coulson, l’iconica Log Lady, potesse girare le ultime scene prima di morire – cosa che sapeva benissimo, basti vedere la scena della morte del personaggio con annesso omaggio da parte di tutto il cast – così come Miguel Ferrer, alias agente Albert Rosenfield, morto lo scorso gennaio non prima di aver terminato tutte le riprese.

La nuova serie sembra quasi speculare rispetto alla vecchia: mentre quella, partendo dall’omicidio di Laura Palmer, si spezzettava in mille sottotrame, questa fa il percorso inverso, partendo da diverse sottotrame apparentemente slegate e ambientate praticamente ovunque tranne che a Twin Peaks (Las Vegas, New York, Montana, South Dakota) e che per almeno una decina di episodi lasciano lo spettatore smarrito per poi riunirsi tutte verso il fulcro: Twin Peaks e Laura Palmer. Nel mezzo non mancano scene surrealistiche, oniriche e lynchiane in ogni suo aspetto. Dall’episodio 8, praticamente un cortometraggio in bianco e nero che mostra la “nascita” del male, di Bob e dell’entità madre maligna (scopriremo poi chi è e come si collega a Fuoco Cammina con Me) agli episodi all’interno delle due Logge (per la prima volta vediamo la Loggia Bianca, una stanza vintage anni 20 all’interno di una Montagna al centro di un Oceano in tempesta, e scopriamo che il Gigante è il suo guardiano e che si fa chiamare “il Pompiere”, ovvero colui che deve spegnere il fuoco demoniaco degli spiriti della Loggia Nera). Ma anche scene comiche e grottesche al limite del fastidioso, come quelle con protagonista Dougie Jones o i fratelli Mitchum o quelle con Audrey (uno dei misteri che resteranno irrisolti…). E poi il protagonista indiscusso: Kyle MacLachlan, che fa tre parti distinte con una bravura sovrumana: il classico Cooper (ma per poco tempo), il tonto Dougie Jones e soprattutto il Bad Cooper, il doppleganger posseduto da Bob, un’interpretazione che riscrive totalmente i canoni del concetto di “villain”.

I 18 episodi Twin Peaks the Return sono un condensato di tutto Lynch, con citazioni da tutti i suoi film: le inquadrature notturne della strada di Lost Highway, la “evoluzione del Braccio” che ricorda Eraserhead, Kyle MacLachlan e Laura Dern in auto che sembrano riprendere la scena di Velluto Blu a distanza di 30 anni, e poi le atmosfere di Mulholland Drive con l’ultimo episodio che si ricollega quasi scientemente con l’ultima mezz’ora del film, anch’esso come Fuoco Cammina con Me flop al botteghino e poi divenuto postumo un film culto osannato da tutti. Il tutto senza tralasciare la mitologia di Twin Peaks, dalle logge agli spiriti ai casi Blue Rose e ai collegamenti con le scene più misteriose di Fuoco Cammina con Me, con le scene Andy/Lucy e soprattutto con le iconiche musiche della prima stagione che, messe nei punti chiave della serie (la famosissima sigla durante il risveglio di Cooper, il tema di Laura nei punti di svolta e la Audrey’s Dance) che sembrano spezzare il tempo facendo vivere lo spettatore in due piani temporali diversi, quello attuale e quello in cui vedeva per la prima volta, con occhi sognanti, il primo Twin Peaks. Il tutto girato con il marchio di fabbrica di Lynch, quello che lo ha fatto assurgere nell’Olimpo dei maestri indiscussi, con il surrealismo realizzato con montaggi semplici, sovrapposizioni oniriche e con il rifiuto di qualunque effetto speciale moderno che avrebbe solo reso meno strano ciò che deve apparire strano, non reale, assurdo.

Ma la domanda che tutti, dall’inizio della serie, si sono fatti: riesce The Return a chiudere definitivamente la saga Twin Peaks? Sì. E No. Ma se ci pensiamo bene, e abbiamo avuto 25 anni per pensarci, in effetti già Fuoco Cammina con Me chiudeva tutto. Poco importa delle sottotrame minori, quello che conta è che abbiamo avuto una visione completa della vita di Laura, capito chi sono gli spiriti della Loggia Nera, capito come in realtà il sacrificio di Laura sia stato necessario per fermare Bob, capito come in realtà il fatto che Cooper fosse intrappolato nella Loggia fosse necessario per salvare Laura perché, d’altra parte, aveva già superato i limiti terrestri e il suo ruolo doveva spingersi oltre. In effetti, a pensarci bene, cosa avrebbe dovuto spiegare di più il ritorno della serie? I fan di fatto volevano scoprire cosa avrebbe fatto il Bad Cooper posseduto, capire come Cooper si sarebbe liberato dalla Loggia per tornare nel mondo reale (ma perché avrebbe dovuto? E in effetti non lo fa. O lo fa per modo di dire…), capire il ruolo del Gigante. E in effetti, tutto questo viene spiegato, anzi si va oltre andando a spiegare anche il destino di David Bowie/Philip Jeffries, centrale nella storia, e addirittura si toglie il velo sulla misteriosa Judy che tutti avevano intuito essere focale durante la visione di Fuoco Cammina con Me. E diamo finalmente un volto alla mitica Diane.

Tutto così converge verso il primo finale. Perché sì, di finali ce ne sono due. Il primo, appunto, è l’episodio 17, fatto quasi per compiacere gli spettatori, con tanto di arrivo della cavalleria, confronto finale e happy ending. Eppure, durante quell’happy ending, c’è qualcosa di strano. Tutta la scena finale dell’episodio sembra vista dagli occhi di un Cooper esterno che sentenzia fuori campo: “viviamo tutti in un sogno”. E da qui inizia il secondo finale, quello vero, quello che porterà all’episodio 18 e che ci riporterà indietro di 25 anni, a quella sensazione di aver visto qualcosa di fantastico, di emotivamente coinvolgente come nessuna serie tv mai fatta finora, quel senso che ci fa dire “e ora?”, che ci lascia orfani di un pezzo della nostra vita e che al contempo ci lacera con quel senso di cliffhanger che vorrebbe un’altra stagione, o anche un’altra sola puntata, attendendo anche 25 anni se necessario, solo per trovare una risposta. Ma la risposta c’è già, come già c’era in Fuoco Cammina con Me. Cooper si sveglia, capisce che vive un sogno, il “falso finale” è come un sogno lucido portato scientemente al lieto fine, ma non è il vero finale. Perché bisogna andare oltre. E si ritorna alla Loggia, alle prime scene della terza stagione che, paradossalmente, si incastrano perfettamente anche nel finale. “Questo è il futuro o è il passato?”. È qui una delle chiavi di tutto. Il tempo come prigione e rappresentazione che non ha senso alcuno nel mondo “vero”, quello in cui dobbiamo svegliarci dal sogno che viviamo. “Questa è ancora la storia di quella ragazza che vive in fondo alla strada?”. Gli spiriti sanno che i personaggi di Twin Peaks sono, appunto, solo personaggi. E il finale, quello vero, è tutto qui, in una metanarrazione in cui Cooper si trova nel “mondo reale”, in cui non è un personaggio buono che combatte il suo se stesso negativo ma è tutti e due, completo. Che sia nel mondo reale lo si capisce, forse, solo dopo aver saputo che l’attrice che interpreta la proprietaria di casa Palmer è Mary Reber, ovvero la reale proprietaria della casa di 708 33rd Street, Everett, Washington: la location di casa Palmer.

Ma cosa vuol dire il finale? Che Judy non è solo un personaggio di fantasia come tutti gli altri ma che è reale e che va combattuto anche nella realtà? Che Cooper, ovvero l’archetipo dell’Uomo realizzato, è destinato ad essere il tramite eterno per fare in modo che Laura, “The One”, l’anima d’oro creata dalla Loggia Bianca si salvi dalla corruzione, possa essere portata via dal fuoco della dannazione e raggiungere la luce (il finale di Fuoco Cammina con Me, appunto) e sconfiggere Judy? Che Cooper, che ha per nemico il Bad Cooper/Bob, come vedremo (e come in realtà abbiamo già visto) legato al numero 8 e quindi al loop temporale – topos di tutti i film di Lynch e che in Twin Peaks assume una dimensione del tutto nuova – non è altro che la “via” per raggiungere il completamento (“10 è il numero del completamento” dice a Gordon Cole) e per questo usa la vecchia chiave della stanza 315, numeri che sommati fanno 9 e quindi “mezzo” tra i due mondi (l’8 e il 10), ricalcando la filastrocca recitata da Mike e ripescata proprio nel finale? O forse, con quell’ultima domanda che ci assillerà per sempre come l’urlo agghiacciante di Laura, ci mostra un’altra cosa. “Che anno è questo?”. Inutile rispondere. Non è questa la vera domanda, è una domanda che ci lascia prigionieri come coloro che sperano di avere un nuovo finale, una nuova spiegazione. Perché la domanda è inutile, l’8 va superato, il tempo è solo illusione. E la spiegazione non è altra che quella data dalla Log Lady, quando 25 anni fa introdusse il vecchio finale: “E ora, un finale. Dove c’era una volta uno, adesso ci sono due. O ci sono sempre stati due? Cos’è un riflesso? Un’occasione per vedere due? Quando ci sono occasioni per riflettere, lì può esserci sempre due – o più. Solo quando siamo ovunque ci sarà solo uno. È stato un piacere parlare con voi”.

Carlomanno Adinolfi

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