Roma, 21 ago – “E’ la dura legge del gol”. Lo cantavano un quarto di secolo fa gli 883, lo ha pensato (quando non ha detto di peggio) il tifoso azzurro nel momento in cui il fendente di Trajkovski si è infilato nell’angolino destro alle spalle di Donnarumma. Al di là dell’opaco periodo post-Europeo, proprio la mancata qualificazione ai mondiali ha portato al pettine un problema ormai strutturale. Senza giri di parole, all’Italia negli ultimi anni sono mancati (anche) i gol dei centravanti.

L’ultima” generazione e il tarlo esterofilo

Negli stessi tempi in cui l’iconico gruppo fondato da Max Pezzali e Mauro Repetto pubblicava il quarto album, il mondo del pallone – corteggiato dai miliardi delle televisioni e adescato dalla sentenza Bosman – si avviava a grandi passi verso la forma moderna che oggi tutti conosciamo. Anno più, anno meno, mentre il carneade belga si rivolgeva alla Corte di giustizia europea, dai nostri settori giovanili usciva l’ultima grande generazione di attaccanti italiani. Quella che, per intenderci, ci ha permesso di sfiorare un Europeo (2000) e vincere il Mondiale (2006).

Dalle prime squadre ai vivai: come ben sappiamo, da quel 15 dicembre 1995 le società hanno tesserato via via sempre più stranieri. Il periodo dei grandissimi attaccanti, italiani e non – i vari Del Piero, Inzaghi, Vieri, Totti oltre a Batistuta, Ronaldo, Bierhoff, Shevchenko – con il passare del tempo si è colpevolmente trasformato in un’invasione allogena che (salvo poche eccezioni) ha portato nel nostro paese ondate di giocatori normalissimi. Il tutto a discapito delle valide leve indigene che oggi – oltretutto – devono “emigrare” per trovare meritati spazi a certi livelli.

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I centravanti italiani? All’estero o in Serie B

Ogni riferimento a Lucca – primo connazionale a vestire la maglia dell’Ajax – e Scamacca (ora al West Ham) è puramente intenzionale. In ambiti diversi la chiamerebbero “fuga di cervelli”: al di là della terminologia, rimane la spia rossa accesa. Se all’estero intendono quindi investire sui nostri giocatori di prospettiva, i numeri ci dicono che il sistema italiano ha abdicato al proprio ruolo formativo o, per usare un altro termine preso in prestito dalle faccende economiche, di “ricerca e sviluppo” interno. Succede così che nella massima serie abbiamo ultimamente ammirato – si fa per dire – paracarri del calibro di Muriqi (una rete in un anno e mezzo di Lazio) o la meteora juventina Kaio Jorge.

Ma il discorso non riguarda esclusivamente le medio-grandi: sfogliando le probabili formazioni titolari delle piccole è ormai arduo anche trovare una coppia offensiva al 100% italiana. Forse nel solo Monza (Caprari-Petagna). Il tutto mentre altri giocatori – non di certo campioni, ma gente che comunque il gol ce l’ha nel sangue come Coda o Lapadula – trovano fiducia solo in cadetteria.

Capitolo nazionale: poche alternative

Tornando con la lente d’ingrandimento sulla nazionale, il fatto che nell’attuale rosa il giocatore con più marcature all’attivo sia un centrocampista – Barella a quota 8 – la dice lunga sull’argomento. Certo, il recentissimo cambio della guardia incide, ma non giustifica larga parte del problema.

Discrasie che vengono da lontano. Negli ultimi 27 campionati – dal caso Bosman in poi – solamente in tre occasioni il podio della classifica marcatori di serie A è stato occupato da altrettanti connazionali: nel 95/96 (Protti, Signori, Chiesa) e – guarda caso – a ridosso dell’indimenticabile mondiale tedesco (04/05 Lucarelli, Gilardino, Montella poi nella stagione di grazia 06/07: otto italiani nelle prime nove posizioni).

Impietoso l’ultimo lustro: sussulto di Quagliarella a parte (2018/19) Immobile – oltretutto ormai fuori dal giro azzurro – predica nel deserto. Un settore in piena crisi, quello del centravanti italico: anche nel calcio, solamente il nostro sistema può e deve prendersi cura dell’interesse nazionale. Non lo faranno di certo improbabili benefattori venuti dall’estero.

Marco Battistini

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