Nel 2017 la storica Ruth Ben-Ghiat, italianista della New York University, pubblicò un articolo nel quale lamentava la presenza delle troppe tracce del passato fascista rimaste in piedi. Defascistizzare il panorama. Lo stupore lo aveva affidato alle pagine del New Yorker. Quindi, assecondando la sua indicazione, bisognava cominciare dalla Città eterna. Via il Foro Italico. Rasa al suolo la Città universitaria. Divelta via della Conciliazione. Fatti saltare i Fori Imperiali e piazza Augusto Imperatore. Demolito il quartiere dell’Eur. Abbattute le mura perimetrali degli stabilimenti di Cinecittà, il palazzo a forma di M dell’Istituto Luce, l’imponente facciata del Centro sperimentale di cinematografia. E poi si doveva passare al resto della penisola. Non risparmiando nulla. Ad esempio, il Palazzo del cinema, in stile déco-razionalista, al Lido di Venezia: La magnifica struttura, a pochi metri dalla spiaggia, era stata messa in piedi con estrema rapidità per ospitare la programmazione della Mostra internazionale d’arte cinematografica.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2022

Dittatori in sala

Dimentichiamoci i lamenti radicalchic newyorkesi. E soffermiamoci su un aspetto. La passione per il cinema condivisa da Stalin, Hitler e Mussolini. Quando Stalin prende il potere, senza più avversari, utilizza le immagini per rendere popolare il suo «mito». Non si farà scrupolo di mandare in galera o a morte artisti e intellettuali. Non permetterà però si torca un capello ai cineasti. Incoraggerà Sergej Ejzenštejn, dopo la visione di Alexandr Nevskij (1938), battendogli la mano sulla spalla: «Dopo tutto, sei un buon bolscevico!». Lo farà sudare freddo, pochi anni dopo, nel 1946, convocandolo di notte al Cremlino per discutere dei difetti della seconda parte di Ivan il Terribile.

Hitler era un grande appassionato di cinema. Prima della guerra, tutte le sere dopo cena, salvo impegni istituzionali, assisteva alla proiezione di un film (talvolta addirittura due), presso il Palazzo della Cancelleria a Berlino. Nella finzione delle immagini, ricorda il suo stretto collaboratore Otto Dietrich, «trovava quel contatto con il mondo umano che gli mancava completamente nella vita».

Mussolini, nella costruzione dell’«uomo nuovo» fascista, assegna al cinema la funzione di «arma più forte». Non si distacca molto dal giudizio di Lenin, convinto che le immagini sono l’«arte più forte». La differenza tra i due sta in un dettaglio: al cinema Lenin si annoia. Appena si spengono le luci, se obbligato a presenziare, lascia la sala per tornare a casa, sedersi in poltrona e leggersi un bel libro. Il fascismo, con la piena approvazione di Mussolini, nel Ventennio dà la massima importanza, comprendendone la portata, all’universo di celluloide. L’Istituto Luce provvede al servizio cine-giornalistico; la Direzione generale per la cinematografia finanzia e controlla la produzione; Cinecittà garantisce la realizzazione di film a ciclo continuo; al Centro sperimentale si formano nuovi attori e professionisti dello spettacolo.

La mostra del cinema di Venezia: agli albori del mito

Manca solo l’ultimo tassello: la Mostra del cinema di Venezia. Alla sua storia di bellissima e aristocratica (ma anche popolare) signora novantenne, dedica un magistrale e monumentale lavoro Gian Piero Brunetta: La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 1932-2022 (Marsilio). Infatti, la Mostra veneziana apre i battenti nell’estate del 1932. A intuire il potenziale della manifestazione cinematografica è il conte Giuseppe Volpi di Misurata. Qualche anno fa alcuni sciagurati scoprirono che la Coppa Volpi, premio ancora oggi assegnato, rimanda al fondatore. Un fascista! E allora aboliamola. Anche quest’anno la Coppa Volpi – fortunatamente – verrà assegnata. Nel 1932 la città di Venezia è in…

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