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Bergamo, 30 giu – Un picco anomalo di casi di polmonite di origine sconosciuta tra il dicembre e il gennaio scorsi registrati all’ospedale di Alzano Lombardo, prima cioè che esplodesse chiaramente l’epidemia di coronavirus in Val Seriana. «A gennaio tutti noi abbiamo visto bronchiti e polmoniti strane che non rispondevano ai farmaci abituali – spiega Graziella Seghezzi, medico di Albino, in un’intervista a L’Eco di Bergamo – A posteriori, credo di poter dire che fossero Covid-19». In realtà, i dati che avrebbero potuto allarmare il personale dell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, all’alba del disastro c’erano già, e sono stati resi pubblici oggi da Ats Bergamo e Asst Bergamo Est al consigliere regionale di Azione Niccolò Carretta, che ne ha fatto formale richiesta.

I dati rivelano un incremento di polmoniti «sconosciute» fin dallo scorso novembre, culminando tra gennaio e febbraio prima di quella tragica domenica 23, giorno dell’individuazione del primo caso di coronavirus in provincia di Bergamo. Prima dei due pazienti scoperti ad Alzano, curiosamente, erano fioccati i ricoveri con diagnosi in codice 486: «polmonite, agente non specificato». Sono 110 tra novembre e il 23 febbraio. Una crescita netta. «Dalle 18 di novembre si passa alle 40 di dicembre, più del doppio. E a gennaio se ne aggiungono altre 52. Da marzo in poi i casi si moltiplicano in modo esponenziale», come tutti ricordiamo.

Nella sua relazione, il direttore generale di Ats Bergamo Massimo Giupponi afferma che «dall’analisi del flusso Sdo relativo al periodo 1 dicembre – 23 febbraio, nel presidio ospedaliero “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo risultano 145 dimessi con diagnosi ricomprese tra i diversi codici utilizzati dal sistema di classificazione delle malattie di polmonite. La maggior parte di queste tuttavia, risultano avere in diagnosi principale il codice 486 “Polmonite agente non specificato”. La semplice analisi della “Scheda di Dimissione Ospedaliera” non consente di poter ascrivere tale diagnosi a casi di infezione misconosciuta da Sars Cov-2».

Dati di cui ha iniziato a occuparsi anche la procura di Bergamo. I magistrati che indagano per epidemia colposa, dopo aver acquisito le circolari emanate dal ministero con i criteri per praticare i tamponi – e quindi per individuare i casi di coronavirus – hanno constatato che nelle linee guida del 22 gennaio, si raccomandava di valutare come sospetto anche il caso «una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica».

La circolare pubblicata il 27 gennaio rivede invece il criterio descritto sopra, stabilendo che i casi sospetti, oltre alla sintomatologia sintomi, devono anche avere «una storia di viaggi nella città di Wuhan (e nella provincia di Hubei), Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia» oppure aver «visitato o ha lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan e/o nella provincia di Hubei, Cina». Ebbene, i primi due casi di coronavirus nella bergamasca sono stati individuati andando contro quest’ultima linea guida. Si sarebbe potuta evitare la tragedia praticando il tampone a qualcuno dei 110 malati di «polmonite sospetta» registrate ad Alzano?

Cristina Gauri

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