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Bancarotta Renzi: ovvero dei vizi di politica e magistratura

by Clearco
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renziRoma, 20 set – Tiziano Renzi, padre dell’attuale premier, è indagato per bancarotta fraudolenta. Ad iscriverlo nel registro degli indagati è stata la Procura di Genova, in relazione al fallimento di una società, la Chill Post, della quale la famiglia Renzi era stata a vario titolo proprietaria fino a poco tempo fa. L’indagato si dichiara sereno e, in perfetto stile PD, rinnova il rispetto per la magistratura indagante, da le dimissioni dalla presidenza del Circolo Democratico di cui era dirigente, e mostra un affabile sorriso alle telecamere. Gesti formali, mediaticamente corretti, che ovviamente di sostanziale hanno ben poco.

Volendo andare a ricercare la sostanza invece, dalle indagini emerge che la Chill Post non è altro che una tra le tante società fondate e detenute dai Renzi. Di quelle società che prima nascono, poi vengono trasferite, poi smembrate e vendute a terzi, mentre nel frattempo dei bei soldi vengono fatti entrare ed uscire dai bilanci con una certa allegrezza. Movimenti non necessariamente criminali, ma di certo indicativi di un certo modo di gestire l’impresa. Metodi un po’ “maneggioni” si direbbe a Rignano sull’Arno.

Già era notizia conclamata lo “stratagemma” col quale l’attuale Premier era riuscito, sfruttando la posizione all’interno dell’azienda del Padre, a finire inquadrato come dirigente nel conto Inps della pubblica amministrazione, all’atto della sua elezione a Presidente della Provincia di Firenze. Anche quì nulla di illegale, ma certamente parecchio di “furbo”. Le indagini odierne rilevano come la Chill Post, specializzata nella distribuzione di giornali e riviste pubblicitarie, avrebbe visto tra i suoi titolari (una volta “sfrondata” di alcuni suoi rami) lo stesso Matteo e le sorelle. Insomma, una classica gestione “familiare” volta magari ad evitare qualche tassa troppo pesante o a muovere qualche capitale non proprio bianchissimo, se è vero che proprio la Chill avrebbe assunto e fatto lavorare in nero uno dei suoi dipendenti per la bellezza di sei anni.

E anche sulle tempistiche ci sarebbe un po’ da ragionare. Guarda caso l’indagine, che rischiava di finire archiviata poche settimane fa, ha ripreso improvvisamente vigore dopo che il Premier ha attaccato la magistratura, promettendo “mai più 45 giorni di ferie per i giudici”. Una coincidenza, magari, di quelle che spesso vedono la giustizia italiana scatenarsi improvvisamente dopo “dormite” che sembrano non finire mai.

Francesco Benedetti

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