Roma, 5 gen — Con Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, se ne va l’ultimo Papa europeo. Di sicuro molti altri Pontefici proverranno in futuro dal Vecchio Continente, ma difficilmente essi manifesteranno in maniera così evidente nel proprio pensiero e nel proprio Magistero tutto il peso della secolare eredità della cultura europea. In questo senso l’elezione al soglio pontificio del suo successore Francesco, il papa argentino proveniente secondo le sue stesse parole “dalla fine del mondo”, ha costituito un elemento di rottura dalla portata storica da cui sarà difficile tornare indietro. In fondo, la tendenza bergogliana a “deconfessionalizzare” il cattolicesimo, quasi liberandolo dalla pesantezza del suo millenario apparato dottrinale, giuridico-organizzativo e liturgico e riportandolo a una presunta, originaria semplicità evangelica, passa per un drammatico svuotamento culturale e intellettuale del cattolicesimo stesso, cioè del suo carattere eminentemente europeo.

Vita di Joseph Ratzinger 

Joseph Ratzinger nacque a Martkl am Inn, in Baviera, nel 1927: giovanissimo fu arruolato nella Wehrmacht con compiti di difesa contraerea. Nel dopoguerra fu giovane sacerdote, teologo e perito al Concilio Vaticano II con moderate simpatie progressiste, tanto che la sua tesi di dottorato fu sospettata di “modernismo”; insegnante negli anni della Contestazione e collaboratore della rivista Concilium, si trasformò ben presto in “pompiere” allontanandosi dal gruppo del suo amico-nemico Hans Küng e divenendo infine, dopo una breve parentesi come arcivescovo di Monaco, il custode della fede cattolica come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio). In questa veste collaborò per quasi venticinque anni con Giovanni Paolo II nel suo disegno di superamento della sbornia post-conciliare e di riconquista cattolica della società, per poi succedergli egli stesso come Pontefice, prima delle dirompenti dimissioni avvenute nel 2013.

Il lato oscuro della modernità

Una vita e un pensiero, insomma, pienamente immersi nelle tempeste storiche e filosofiche del Novecento europeo, addentrati in una modernità che accanto alle sue luminose e abbacinanti promesse manifestava nel corso del “secolo breve” anche il suo lato oscuro e, infine, la sua inevitabile crisi. In questa dialettica, messa in luce ad esempio dalla Scuola di Francoforte, Benedetto XVI ha saputo inserirsi sapientemente, lanciando la propria sfida intellettuale al mondo moderno sul suo stesso terreno.

Benedetto XVI e l’Europa

Ratzinger e l’Europa, dicevamo. Nella visione del teologo bavarese il rapporto tra il Cristianesimo e il Vecchio continente è anzitutto un dato storico, imprescindibile non solo per l’Europa, chiamata a riconoscere le sue radici, ma anche per il Cristianesimo stesso. Su questa considerazione egli fonda “il diritto inalienabile di sussistenza goduto dal pensiero greco nell’ambito del cristianesimo”, tanto da affermare che “non sia stato solo un puro caso, se il messaggio cristiano nella sua stessa fase di formazione è penetrato in primo luogo nel mondo greco fondendosi qui col problema della comprensione, con la ricerca della verità”.

Occorre dunque respingere al mittente la tentazione, presente in talune frange progressiste, di considerare l’influsso della cultura greca sul cristianesimo come una contaminazione della sua originaria purezza giudaica: “una tale operazione – afferma Ratzinger – significherebbe semplicemente la rinuncia a ciò che è propriamente cristiano, alla novità cristiana”, e dimostrerebbe addirittura “una cecità nei confronti dell’essenza del cristianesimo”.

Il cristianesimo e Roma

Sull’incontro tra Gerusalemme e Atene, che non è quindi uno dei tanti fenomeni di inculturazione della fede cristiana ma ne rappresenta un carattere costitutivo, si innesta poi provvidenzialmente il patrimonio giuridico-politico – ma non solo – di Roma, la cui rilevanza può essere difficilmente sopravvalutata. Non è un caso che la “pienezza dei tempi” per l’incarnazione di Cristo si realizzi proprio sotto l’impero di Augusto, quando Roma esercita la sua legge su buona parte del mondo allora conosciuto. Così – osserva Ratzinger – “gli Atti degli Apostoli finiscono con l’arrivo del Vangelo a Roma, non perché fosse privo di interesse l’esito del processo a Paolo, ma semplicemente perché questo libro non è un romanzo e nemmeno una biografia: con l’arrivo a Roma il cammino iniziato a Gerusalemme ha raggiunto il suo traguardo; la Chiesa universale, cattolica, è realizzata. […] In questo senso Roma, ossia quella realtà che unisce tutti i popoli, ha un’importanza teologica negli Atti degli Apostoli; essa non deve essere messa fra parentesi rispetto all’idea che Luca ha della cattolicità”.

Tutto ciò considerato, “non è sorprendente – si legge nel celebre e discusso discorso tenuto da Benedetto XVI a Ratisbona – che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro […] ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa”. A tale proposito si potrebbe senz’altro obiettare che una civiltà europea dotata di specifici caratteri etnici e culturali preesisteva al cristianesimo, ma rimane comunque un dato di fatto che l’Europa cominci ad avere coscienza di sé e a percepirsi pienamente come tale solo a partire dal Medioevo cristiano.

La religione del Logos

Tali considerazioni non hanno un carattere meramente storico, ma nella visione di Ratzinger assumono un valore normativo, suscettibile di esercitare un’influenza sul futuro della civiltà europea. L’incontro tra fede biblica e pensiero greco fonda infatti il carattere razionale del cristianesimo in quanto religione del Logos, cioè della ragione creatrice: “la razionalità appartiene all’essenza stessa del cristianesimo, e le appartiene in un modo che non trova riscontro nelle altre religioni, le quali non avanzano nessuna pretesa in tale senso”. È questo il tema al centro del già citato discorso di Ratisbona, pronunciato da Benedetto XVI nel corso della sua visita in Germania nel 2008 e presto diventato oggetto di feroci polemiche per il suo presunto carattere anti-islamico. Si trattava, in realtà, di una riflessione tutta interna alla cultura europea: un invito a purificare la fede tramite la ragione, respingendo così le tentazioni del fanatismo, e al tempo stesso a superare l’autoriduzione funzionalista della ragione stessa, aprendola nuovamente alla prospettiva della ricerca della verità.

Relazione tra cristianesimo e modernità

Qui si entra nel cuore, in buona sostanza, della relazione tra cristianesimo e modernità: sulla scia della svolta rappresentata dal Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger riconosce esplicitamente “ciò che nello sviluppo moderno dello spirito è valido”, asserendo addirittura che “l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso nell’ambito della fede cristiana”. La cultura illuminista, tuttavia, slegata dal suo retroterra finisce per determinare un’autolimitazione della ragione stessa, espressa ad esempio nel criticismo kantiano e successivamente radicalizzata dallo scientismo positivista, che riduce l’ambito della ragione e della scienza a ciò che è dimostrabile tramite l’esperimento, escludendo così i grandi interrogativi di senso propriamente umani: “una cultura meramente positivistica che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio – afferma Benedetto XVI nel suo discorso parigino al Collège des Bernardins del 2008 –  sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi”.

Le acquisizioni positive dell’Illuminismo, dunque, presentano dialetticamente il proprio rovescio della medaglia: una ragione abbandonata a se stessa e chiusa alla trascendenza degenera nell’impazzimento del nichilismo post-moderno, i propositi di liberazione dell’uomo possono finire per abbrutirlo e renderlo schiavo. La libertà legittimamente rivendicata dalla modernità, in ultima analisi, può essere effettiva solo se rimane ancorata alla verità, in primo luogo alla verità sulla natura stessa dell’uomo, espressione della ragione creatrice e non mero frutto del caso e dell’evoluzione. Da qui deriva l’importanza per il cattolicesimo del riferimento a un concetto metafisico di natura, che reca iscritti in sé i principi dell’essere ed è quindi la base della legge morale: la creazione stessa ci insegna come possiamo essere uomini nel modo giusto. “Le più contrapposte tra le moderne visioni del mondo – osserva Ratzinger – hanno un comune punto di partenza nella negazione della legge morale naturale e nella riduzione della realtà a “puri” dati di fatto. Quanto esse conservino, incoerentemente, degli antichi valori varia di caso in caso; nel loro punto nodale tuttavia stanno sotto la minaccia del medesimo pericolo.”

[segue]

Marco Mancini

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