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Roma, 15 luglio – Centinaia di volantini di solidarietà ai benzinai distribuiti presso i distributori di tutta Italia e cartonati a grandezza d’uomo di fronte alla sedi della Confcommercio. Un’azione dal forte valore simbolico con cui CasaPound Italia ha voluto denunciare le enormi problematiche vissute oggi dai benzinai italiani ed evidenziare l’inerzia del governo giallofucsia. D’altronde la crisi attanaglia quasi tutti i settori economici e intere categorie sono sul lastrico o rischiano di finirci a breve. Eppure non c’è traccia della potenza di fuoco annunciata dal premier Giuseppe Conte per contrastare il disastro sociale provocato dall’epidemia di coronavirus.

La crisi dei benzinai

“Nonostante un’attività ridotta dell’85% e l’assenza di protezioni sanitarie ed economiche adeguate – spiega Cpi in una nota – i benzinai hanno comunque garantito il servizio di rifornimento alla Nazione, ma per poter essere ascoltati sono stati costretti a fine marzo a minacciare uno sciopero che avrebbe avuto ripercussioni enormi sulla viabilità nazionale. Per questo riteniamo inaccettabile che il Governo continui a non adottare misure di sussidio sia per la categoria, sia per automobilisti e autotrasportatori, che nonostante il crollo del prezzo del greggio hanno visto calare in maniera impercettibile il prezzo di benzina e diesel”.

Un danno economico per l’Italia

Su questo giornale avevamo tra l’altro affrontato recentemente la questione dell’atavico “caro benzina” che oggi purtroppo si ripropone e si fa ancora più allarmante. Evidenziato in particolare dall’esodo dei lavoratori, in particolare triestini e goriziani, che si recano in Slovenia per fare il pieno. Là dove il carburante costa molto meno. Si tratta di una routine che ogni anno costa all’Italia oltre 100 milioni di euro tra accise e tasse.

Difatti, scrive CasaPound, nelle “zone di confine del Paese, dove i gestori delle pompe di benzina locali hanno dovuto confrontarsi ad armi impari con i prezzi proposti dagli Stati confinanti, più bassi di 30/40 centesimi al litro, come nel caso di Austria e Slovenia. Una differenza dettata soprattutto dalla presenza sulla benzina “italiana’ di imposte nettamente maggiori rispetto al resto d’Europa e di accise che non avrebbero ormai più motivo d’essere applicate, perché decadute le ragioni della loro introduzione: basti pensare ad esempio a quelle per il finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935”.

La proposta di una Zona economica speciale

Il movimento della tartaruga frecciata fa infine notare di essere già intervenuto “sulla questione in Friuli-Venezia Giulia, chiedendo prontamente che la Regione intervenga introducendo dei meccanismi che regolino lo sconto sulla base del prezzo fatto dalla Slovenia”. Altrimenti, conclude Cpi, la soluzione al problema sarebbe la creazione di “una Zona economica speciale che aiuti a mantenere in Italia quei soldi che verrebbero altrimenti spesi, oltre che per la benzina, anche per acquistare spesa e tabacchi oltre confine, facendo perdere introiti allo Stato per 100 milioni di euro all’anno”.

Alessandro Della Guglia

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