adozioni-gayRoma, 24 ott – Giovedì scorso è stato depositato un provvedimento con il quale il Tribunale Civile di Roma ha accolto il ricorso presentato da una coppia di donne e ha il via libera all’adozione di una bimba, nata da fecondazione assistita all’estero, da parte della compagna della madre biologica.

Non è una novità: già nell’estate del 2014 il Tribunale di Roma aveva preso una decisione simile. Allora, tuttavia, l’adozione era motivata dal superiore interesse della minore che, secondo il Tribunale, andava completato con l’estensione del rapporto affettivo alla compagna della mamma. Se fosse stata negata, infatti, non solo la donna sarebbe stata discriminata, ma la bimba non sarebbe stata tutelata giuridicamente.


Tutto questo avviene nonostante in Italia non sia stata ancora introdotta la stepchild adoption (istituto di origine anglosassone che consente a coppie omosessuali di adottare il figlio naturale del convivente) e nonostante l’ordinamento contempli l’adozione soltanto una volta accertato lo stato di abbandono del minore.

Così, la decisione del Tribunale di Roma di colmare la lacuna legislativa lascia spazio a dubbi e perplessità e allo stato sembra una brutale forzatura, un’interpretazione estensiva di una norma che si basa su presupposti del tutto diversi.

Ma il dato che preoccupa ancora di più è proprio il ruolo di “supplenza legislativa” svolto dalla magistratura, perché se è vero che Camera e Senato dibattono da diverso tempo sul tema delicatissimo del diritto di famiglia delle coppie omosessuali, oggi ci troviamo di fronte ad un caso nel quale il Parlamento è stato scavalcato a piè pari.

La sensazione, allora, è che si ceda alla volontà di soddisfare a tutti i costi il desiderio delle coppie omosessuali di avere figli, usurpando i poteri sovrani del legislatore su una materia di scottante attualità e sul quale sono accesissimi i contrasti. L’introduzione e la disciplina della famiglia omosessuale nel nostro ordinamento sono problemi la cui soluzione non può essere affidata all’elaborazione dei giudici, che può cambiare di volta in volta, a seconda delle convinzioni del singolo magistrato, ma deve essere meditata e affrontata nel luogo più opportuno, ossia il Parlamento.

Non ci si può, quindi, lasciare andare a fughe in avanti e la domanda, a questo punto, sorge spontanea: la decisione del Tribunale di Roma, al di là del caso concreto, non può rappresentare un pericoloso precedente e dare il via ad una serie di provvedimenti simili che forzerebbero la decisione del Parlamento?

Valerio Tamburini – Società degli Scudi

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