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Roma, 21 gen – Il dottore Enrico Galmozzi, biologo molecolare e ricercatore presso il Policlinico di Milano, ha un’esperienza più che ventennale nel campo della ricerca e nel periodo tra marzo e maggio 2020 ha sequenziato 50 pazienti covid positivi per la proteina Spike e per la Polimerasi allo scopo di confermare la presenza della variante D614G (nel gene spike) e P623L (nel gene RdRp). Il suo lavoro negli ultimi dodici anni si è svolto prevalentemente sulla farmacogenomica delle malattie epatiche in particolare ad eziologia virale (HBV, HDV e HCV). Voce fuori dal coro, la sua visione dell’emergenza sanitaria non piacerà ai fan dei vari Crisanti, Pregliasco, Galli. Ed è per questo che noi del Primato l’abbiamo intervistato con grande piacere.



Che idea si è fatto sull’origine del virus?
«La questione, come sappiamo, è piuttosto controversa e andrebbe indagata a fondo. La cosiddetta narrazione “dogmatica” vuole che l’origine del Sars-CoV-2 sia zoonotica e che non si conosca con esattezza quale sia stato l’ospite intermedio (pipistrello, pangolino). Esiste però lo studio di una dottoressa cinese nel quale la tesi dell’origine zoonotica viene contestata: analizzando la sequenza genomica del virus si riscontrano delle caratteristiche peculiari che fanno pensare a una possibile manipolazione di laboratorio. Personalmente, avendo letto il lavoro ed essendo del settore credo che questa tesi meriterebbe un approfondimento. Intendo un dibattito vero, non politicizzato e censurato nel nome del «dogma» come invece è stato fatto finora.

Andrebbe fatta un’indagine all’interno del laboratorio di Wuhan, per capire cosa è successo nel 2019. Peraltro, i dati che vengono riportati nello studio sono gli stessi che ho avuto modo di riscontrare sequenziando il genoma virale dei pazienti italiani nel marzo-aprile 2020. Del resto, le ricerche che contraddicono questo studio portano delle argomentazioni molto vaghe, povere nella sostanza e nei contenuti. Personalmente, quindi, ritengo che non esistano prove circostanziate che dimostrino l’origine naturale del virus».

Mi faccia il bilancio di un anno di gestione dell’emergenza sanitaria da parte del governo italiano. In particolare ci piacerebbe avere un commento sull’attuale gestione «cromatica» e sui parametri che portano a determinare la colorazione delle regioni.
«Giudico l’approccio italiano all’emergenza sanitaria completamente fallimentare. Non tanto nel contenimento del contagio, perché in quel senso non ne abbiamo la prova contraria e perché il modello mutuato dal sistema cinese ha indubbiamente contribuito a ridurre l’espansione pandemica. Ma a un anno di distanza siamo nella stessa situazione di marzo. Anzi, se prendiamo in considerazione il rapporto tra decessi e numero di contagiati all’Italia tocca il primato peggiore, davanti agli Usa o a un Paese come il Brasile (che per i suoi numeri è stato attaccato vergognosamente). La tanto vituperata Svezia, sebbene non abbia adottato nessuna restrizione aggressiva ha comunque un numero di contagiati che è si superiore al nostro – e questo indica che le nostre restrizioni funzionano per il contenimento dei positivi – ma il rapporto tra deceduti e contagiati normalizzato per milione di abitanti risulta migliore di quasi due volte rispetto al nostro. Questo accade evidentemente perché il sistema sanitario svedese è efficiente, il nostro no. Questo è il nostro problema ed è sotto gli occhi di tutti.

Per quanto riguarda la suddivisione per colori delle Regioni, io abito in Lombardia, cioè in zona rossa: lavoro sui tamponi tutti i giorni e sono testimone di un calo considerevole dei positivi in questi ultimi 15 giorni, quindi non riesco a capire per quale motivo ci troviamo ancora in questa situazione. Ci ritroviamo con una media di 500 morti al giorno con un lockdown che arrecherà danni incalcolabili alla piccola e media impresa, al turismo e alla ristorazione: danni ancora non visibili con chiarezza, e saranno del tutto vani perché non hanno contribuito ad abbassare il numero dei decessi. Il contenimento dei contagi non è importante se non nei confronti del peso sulle strutture sanitarie. Lo diventa perché, per questa emergenza, abbiamo un sistema sanitario ospedale-centrico: senza potenza territoriale, dove i medici di base non sono messi nella condizione di potere operare secondo precisi protocolli e questo si traduce nella disastrosa situazione attuale. In sunto, noi viviamo questo incubo per proteggere il fallimento del nostro sistema sanitario che è in uno stato vergognoso da almeno 20 anni.

Perché sentiamo parlare solo di vaccino e in questo ultimo anno abbiamo assistito a un palese disinteresse nei confronti di altri trattamenti non preventivi come plasma iperimmune, anticorpi monoclonali?
«Non so quale sia il motivo di questo atteggiamento, se non, banalmente, che sia legato al guadagno di queste aziende produttrici di «vaccini» – che poi vaccini non sono. Le riporto un dato oggettivo e inconfutabile, che riguarda la storia recente di questi virus a Rna: l’Hiv e l’Hcv (virus dell’epatite c). Nella lotta a questi due virus l’approccio con i vaccini è stato totalmente fallimentare, nonostante gli sforzi. Non si capisce, quindi, perché dovrebbe funzionare con il coronavirus, che pure appartiene alla famiglia dei virus a Rna. Il Sars-CoV-2 si differenzia dai primi due perché è respiratorio e ha quindi una capacità di diffusione maggiore, ma è sicuramente molto meno letale. La storia recente insegna che l’unico modo di contrastare tali virus Rna è la terapia, come, nel caso del Sars-CoV-2, quella al plasma iperimmune e gli anticorpi monoclonali. Si tratta delle cosiddette “terapie indirette”, che modulando il sistema immune dell’ospite rendono inefficace l’attacco virale e contengono i sintomi più gravi dell’infezione. Sintomi, che, ricordiamo, compaiono in un fenotipo ben specifico, quello fragile degli anziani: non è un virus trasversale, non uccide tutti indiscriminatamente.

La grande capacità di trasmissione del virus non giustifica la corsa spasmodica al vaccino di queste grandi aziende che si sono buttate in questo progetto della piattaforma Rna: una tecnica usata per la prima volta, sperimentale, di cui non esiste uno storico che possa affermare i successi di questo trattamento. Al di là delle paure degli effetti collaterali si può discutere invece dell’efficacia: il creare aspettativa nella popolazione con la narrazione del vaccino “bacchetta magica” che ci farà uscire dalla pandemia è un errore grossolano e che pagheremo a breve – spero di sbagliarmi, ovviamente. Credo che le aziende avrebbero dovuto, in parallelo, impiegare gli stessi sforzi e le stesse risorse nel campo degli antivirali diretti, che statisticamente funzionano meglio e hanno salvato la vita a milioni di persone ammalate di Hiv e Hcv.

Il problema insito nel “vaccino” sta nel fatto che l’antigene muterà: accadrà quello che è successo con i virus influenzali, e la popolazione verrà costretta a continui cicli di vaccinazioni. La mia domanda è: perché la fascia di popolazione che va dai 20 ai 50 anni e rischia quasi zero in termini di mortalità deve vaccinarsi per impedire agli anziani di infettarsi di un virus di tipo influenzale, quando invece esistono terapie curative e protocolli che hanno dimostrato di saper funzionare – idrossiclorochina, siero iperimmune, monoclonali, eparina, cortisone – e hanno salvato parecchie vite? Un’idea ovviamente ce la siamo fatta tutti, ma poi veniamo additati come negazionisti o complottisti, assassini o insensibili: nel dibattito attuale non è possibile mantenere un distacco obiettivo e analizzare la situazione con senso critico».

Come giudica l’atteggiamento dei suoi colleghi virologi, diventati di colpo protagonisti mediatici della pandemia tanto da arrivare a dettare la narrazione e parzialmente anche l’agenda governativa, spesso senza tenere conto del fatto che esistono altre preoccupazioni nell’equazione del periodo (sociali, economiche e anche quelle sanitarie che non riguardano il covoronavirus)?
«Conosco il sottobosco culturale che circonda i campi delle iperspecializzazioni: la lotta intestina è cronica, ma io incolpo principalmente i media e la loro tendenza a drammatizzare. Assisto con sgomento a queste trasmissioni che raccontano morbosamente le morti, la pornografia della tragedia a tutti i costi. Viene data rilevanza solo ai fatti negativi, gli aspetti positivi vengono oscurati e messi in quinta pagina o spesso li si omette. E questo produce danni enormi, perché l’italiano medio non possiede gli strumenti interpretativi per assistere solamente alle parti tragiche delle questioni senza che gli vengano spiegate in modo chiaro e razionale: questo non crea altro che terrore e psicosi, nel contesto di una situazione economica da incubo – e di quest’ultima criticità non abbiamo ancora visto nulla.

Quello di cui invece nessuno si preoccupa è che stiamo stiamo rubando la vita ai più giovani: sono stati persi due anni di scuola in un Paese la cui popolazione ha un livello di istruzione già mediocre. I ragazzi cresceranno con una lacuna irrecuperabile, ai bambini stiamo dando un imprinting spaventoso: diventeranno adulti terrorizzati, ipocondriaci».

Variante sudafricana, inglese, francese. Pericolo concreto o se ne sta facendo strumentalizzazione?
«Le varianti virali sono implicite nel ciclo vitale del virus a Rna e quindi inevitabili. Il “pericolo” sta nel fatto che queste potrebbero ostacolare l’immunizzazione da vaccino. Le varianti potrebbero, per esempio, creare una forma alternativa di virus che attaccherà ugualmente chi pensava di avere l’immunità da vaccino.

La narrazione allarmistica sulle varianti è una forma di strumentalizzazione: già a marzo, avendo sequenziato 50 pazienti Covid-positivi al Policlinico di Milano avevo già evidenziato l’emersione di una variante della quale nessuno ha parlato: ma al tempo non interessava a nessuno, perché non c’era la necessità di mettere le mani avanti per cautelarsi del possibile fallimento della campagna vaccinale.

Il meccanismo è chiaro: la narrazione “dogmatica” vuole imporre la paura che questa pandemia non finirà mai. E ci obbliga a vaccinarci, non per noi stessi ma per proteggere gli altri; poi sopraggiunge la paura che la variante possa inficiare l’efficacia del vaccino, e a quel punto escono studi che confermano che il vaccino neutralizza la variante: in realtà sono tutte balle, perché nessuno può saperlo veramente, questi studi hanno potenzialità statistica ridotta a zero. Dobbiamo solo aspettare. Le varianti sono un evento naturale».

Cristina Gauri

 

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2 Commenti

  1. Meno male che qualcuno pubblicamente risalta Aids ed Epatiti come molto più letali! A questo punto bisognerebbe prendere atto che la situazione è parecchio diversa da come la si vuol far intendere…
    Avete riportato un valido intervento, grazie.

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