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Roma, 20 apr – “Porterò il video di Beppe Grillo in procura, è una prova a carico, documenta una mentalità“: lo annuncia Giulia Bongiorno, avvocato della ragazza che ha denunciato di essere stata violentata da Ciro Grillo. Il figlio del fondatore e garante del M5S è indagato insieme ad altri tre ragazzi per violenza sessuale di gruppo, risalente al luglio 2019, secondo l’accusa di S. J., giovane italo-svedese che ha denunciato i fatti dopo otto giorni dall’accaduto.

Bongiorno contro Grillo: “Porterò il video in procura, è una prova a carico”

“Le vittime non hanno detto nulla, i genitori sono distrutti, silenti e sbigottiti, non immaginavano una ridicolizzazione del loro dolore. Non si ribaltano i ruoli, noi non ci stiamo, noi non ci facciamo intimidire!“. Così a L’aria che tira su La7 la senatrice della Lega si scaglia contro Grillo padre per il suo video in difesa del figlio 19enne. La Bongiorno è sicura: “Porterò il video di Beppe Grillo in Procura perché reputo che sia una prova a carico, documenta una mentalità”.

L’avvocato e senatore della Lega contro la “mentalità dell’eufemizzazione”

La mentalità in questione contro cui punta il dito l’avvocato sarebbe quella di chi sostiene che in qualche modo le donne che subiscono violenza sessuale talvolta se la cercano. “E’ una prova che documenta una mentalità dell’eufemizzazione, spesso usata dagli uomini per giustificarsi quando sono imputati”, spiega. “Gli argomenti sviluppati nel video di Beppe Grillo li trovavo 20-30 anni fa quando difendevo le vittime, gli avvocati cercavano sempre di dire che la vittima se l’era cercata. A me questo fa paura”, sottolinea la Bongiorno.

Secondo la legale della vittima, il messaggio del video è di intimidazione

Quando la conduttrice Myrta Merlino le fa presente che in nessun modo però il video del padre possa ricadere come colpa sul figlio indagato, la senatrice conferma ma sottolinea come l’atteggiamento di Beppe Grillo sia quello di chi vuole lanciare un avvertimento. “State attente vittime che adesso vi facciamo diventare imputate“, è il messaggio del video, secondo la lettura della Bongiorno. In ogni caso, conclude, “noi non ci facciamo intimidire”.

Beppe Grillo si riscopre garantista

“Se dovete arrestare mio figlio, che non ha fatto niente, allora arrestate anche me, perché ci vado io in galera”, ha dichiarato Grillo nel video che ha scatenato un putiferio facendo arrivare il caso alla Camera dei deputati. A scatenare le ire anche di esponenti politici è il tentativo del fondatore del M5S – che si è riscoperto tutto a un tratto garantista – di minimizzare i fatti, ossia il presunto stupro di gruppo da parte di quattro ragazzi, tra cui suo figlio.

L’accusa della procura

I quattro sono indagati dalla procura di Tempio Pausania e sull’atto d’accusa in verità c’è poco da scherzare. “Costretta ad avere rapporti sessuali in camera da letto e nel box del bagno“, “afferrata per la testa e costretta a bere mezza bottiglia di vodka” e “costretta ad avere rapporti di gruppo” dai quattro giovani indagati che hanno “approfittato delle sue condizioni di inferiorità psicologica e fisica” per abusare della giovane.

Ludovica Colli

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1 commento

  1. Le femministe (Bongiorno compresa) sembrano ormai un disco rotto. Vanno avanti da venti o trent’anni a ripetere che le donne non sono credute, che gli stupratori vengono assolti invocando la “provocazione”, che le vittime vengono pubblicamente accusate con frasi come “se l’è cercata”, quando ormai di tutto ciò non vi è più alcuna traccia in occidente (ammesso e non concesso sia mai stato vero una volta: io non c’ero a controllare e da quando ho occhi e orecchie per verificare, ho sempre e solo avuto conferme della mendacità del femminismo praticamente su tutto, persino sulle cose banali come differenze sessuali e “redpill” – tanto che per non far emergere certe verità naturali, la cultura ufficiale arriva oggi a minacciare di galera o licenziamento chi le sussurra).
    Semmai il problema è opposto: le donne “parte lesa” vengono sentite anche come testimoni (e la assurda pretesa sofistica e “aristotelica” – nel senso del noto personaggio manzoniano di Don Ferrante che credeva di poter far tutto solo con le parole prescindendo dai fatti- di distinguere, fra le parole della stessa donna, quanto dettato dall’accusatrice di parte e quanto invece pronunciato dalla testimone imparziale, senza alcun riscontro oggettivo ed alcuna testimonianza terza, nel paese culla della certezza del diritto romana e dell’illuminismo di Beccaria, grida vendetta al cielo) e quindi spetta all’accusato (contro ogni principio giuridico di presunzione di innocenza e pure contro ogni principio di oggettività popperiano) trovare prove oggettive e testimonianze terze per “dimostrare” la propria innocenza (leggersi una sentenza della SC di Cassazione del 2010, e poi della Corte Costituzionale, per verificare quanto dico). Se qualcuno cita ancora la “provocazione” o “l’atteggiamento disinibito” della donna non lo fa più per dire “se l’è cercata” nel caso di uno stupro dimostrato, ma, al contrario, per far apparire “meno probabile”, in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze, l’indimostrabile tesi della violenza (assunta però per vera “di default” per via del perverso schema del processo penale prima descritto).

    Ormai il femminismo è giunto al “credo quia absurdum”: più una donna si mostra disinibita, più viene ripresa nuda ed in atteggiamenti equivoci, più pare dai video preda dell’euforia e della trasgressione, più, insomma, tutte le circostanze farebbero pensare probabile la consensuali (se non altro per l’ebbrezza alcolica), e più, paradossalmente, è “obbligatorio” a chiunque non abbia visto come realmente si siano svolti i fatti, credere che il successivo rapporto sia stato invece frutto di violenza e non di consenso. Certo, è sempre possibile che poi le cose siano degenerate e che vi sia in effetti stata poi una violenza, ma bollare il propendere (come faccio io, come fa Grillo e come fanno tutti coloro che non sono ancora zerbinati al femminismo), in assenza di conferme dell’una o dell’altra tesi, per la tesi dell’innocenza, come “colpevolizzazione della vittima” o “seconda violenza” è contrario ad ogni logica, prima che ad ogni etica (e a quasi tremila anni di civiltà giuridica sintetizzata dal latino “in dubio pro reo”).

    Qui, di “indicativo di una mentalità” vedo solo il mainstream mediatico adagiato sull’ideologia femminista secondo cui l’uomo, in quanto maschio, è innanzitutto un potenziale stupratore (anche quando si limita a guardare o a fare complimenti, come dimostra recente polemica montata ad arte sul “catcalling”, ridicola in un’Italia dove le stesse donne iniziano a lamentarsi di chi, come me, per ben comprensibili motivi psicologici oltreché giudiziari, non abbia proprio più alcuna voglia di “farsi avanti”, e più in generale in un mondo in cui volgarità e chiasso sono diventati davvero trasversali ai generi). C’è questo, in fondo, dietro le immancabili accuse di “cultura dello stupro” contro chi, come me, reclama il semplice diritto a non vedere trattati i propri simili da stupratori prima che lo stupro sia oggettivamente definito (a priori e con certezza degna del diritto romano, e non a posteriore con la “sensibilità femminile”) e soprattutto dimostrato (con i fatti, non con le parole, perché, come insegna Kant, “l’essere non è un predicato”).

    No, Grillo non ha affatto minimizzato il tema della violenza: ha detto, anzi, che se davvero suo figlio e gli altri fossero stati ripresi dal video come colpevoli, li avrebbe portati in carcere lui a calci nel sedere (più chiaro di così!).
    Nemmeno ha detto “se l’è cercata” (anche se ormai il trucco retorico, spiegato da Schopenhauer nell’arte di avere ragione e consistente nel portare all’estremo al tesi avversa così dal farle avere sempre torto, è divenuto abituale per il femminismo, oltre che per il cosiddetto “antifascismo”). Ha solo detto che del presunto “stupro” non c’è alcuna traccia nel video (quindi, come sempre, l’avvocata Bongiorno mette in bocca agli altri – specie se uomini – cose che essi non hanno detto). Mica Grillo ha detto, davanti al video di uno stupro, roba come “ah, però, era mezza nuda ed ha provocato, quindi…”. Ma ormai anche dire davanti al video di un non-stupro che “lo stupro non c’è” (cioè in fondo dire l’ovvio) è visto dal mondo femminil-femminista come “violenza sulle donne”.

    Ed ora che mi espongo con nome e cognome (come faccio sempre quando controbatto a chi ha a sua volta nome e cognome), porti in procura pure me, la cara Bongiorno! Intanto, di certo, si è assicurata che, pur di non votare per il suo partito, io, avversario giurato della sinistra progressista, della finanza senza patria, del mondialismo, dell’Unione Europea brutta copia degli Usa, farò carta straccia della prossima scheda elettorale (d’altronde, uno stato che non rispetti la presunzione di innocenza non merita nemmeno lo sforzo di andare al seggio).

    P.S.
    Che sia stata costretta a bere e poi a subire rapporti sessuali non consenzienti è solo scritto nell’atto di accusa, non è testimoniato dal video né da altro (a quanto pare di capire).
    Il fatto che l’ubriachezza possa togliere validità al consenso, come pretendono le femministe (ed ormai affermano le leggi degli stati da loro controllati) merita una precisazione. Delle due l’una: o l’alterazione alcolica toglie capacità di intendere e di volere e quindi in tal caso non è valido il consenso della donna, ma non è neppure punibile l’uomo che, sotto l’effetto dell’alcool, commetta reati da cui altrimenti si asterrebbe (tipo sfasciare vetrine, provocare rissa, aggredire la polizia, ovvero stuprare), oppure essa non la toglie ed allora, come è colpevole un uomo ubriaco che stupri, così non può dirsi violentata una donna che, fra i fumi dell’alcool e della trasgressione, finisca per comportarsi come mai avrebbe fatto da sobria. Che, dopo essersi “lasciata andare” perché, sul momento, le è piaciuto così, una ragazza possa “pentirsi” otto giorni dopo e dire “ma se fossi stata sobria non ci sarei mai stata” è qualcosa di veramente abominevole, pensando a come tale “cambio di idea ex-post” possa distruggere la vita di ragazzi convinti, in buona fede e a buon diritto, di essersi divertiti con una coetanea consenziente.

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