Milano, 12 nov – E’ giunto il momento di testimoniare, per i carabinieri che salvarono i 50 scolari a bordo dell’autobus incendiato da Ousseynou Sy. Il processo vede il senegalese imputato per strage, sequestro di persona, incendio, resistenza e lesioni personali con l’aggravante della finalità terroristica. Secondo quanto ormai accertato dalle indagini, Sy avrebbe voluto compiere una strage sulla pista dell’aeroporto di Linate, per condizionare la politica in materia di immigrazione e “intimidire la popolazione”. Da qui la decisione di prendere in ostaggio, lo scorso 20 marzo, lo scuolabus che guidava abitualmente e sul quale viaggiavano gli studenti coinvolti nel dirottamento. L’immigrato aveva poi legato i propri ostaggi e cosparso di benzina l’interno del mezzo, pronto a dargli fuoco. Decisiva la chiamata delle forze dell’ordine da parte di alcuni studenti a bordo del bus, che ha consentito ai carabinieri di raggiungerlo, bloccarlo ed evacuare i passeggeri pochi istanti prima dell’incendio.

“Faccio esplodere tutto”

Ieri è stato quindi il turno dell’appuntato Simone Zerbilli, che ha reso la propria testimonianza in Corte d’Assise. Come riporta Il Giornale, Fu proprio Zerbilli a mettersi eroicamente di traverso con la Renault Clio per bloccare la corsa mortale dell’autobus. «Nella mano aveva un accendino da cucina, lo accendeva ripetutamente e diceva: Faccio esplodere tutto, faccio esplodere tutto – ha raccontato il militare – Quando ho sentito che ingranava la marcia per ripartire sono risalito in auto e mi sono messo di mezzo, ho tirato il freno a mano e schiacciato il freno a pedale. Lui mi ha centrato e mi ha trascinato per sessanta metri, fin quando ci siamo incastrati». Gli attimi dopo, quelli drammatici dello scoppio dell’incendio: «Il pullman stava bruciando, abbiamo portato in salvo i bambini e i professori, per ultima la bidella. Poi lui è sceso e con i miei colleghi lo abbiamo bloccato. Ho sentito solo che diceva: Lo faccio per i bambini del Mediterraneo».

Parla la bidella

Tra le testimonianze più devastanti, quella di Tiziana Magarini, che quel giorno accompagnava i bambini a scuola. Da quel 20 marzo, confessa la donna, «non dormo più, sogno le fiamme». Tiziana fu l’unico ostaggio a cui non erano stati legati i polsi, perché Sy l’aveva obbligata a svolgere dei compiti: legare i bambini, sequestrare i cellulari, persino versare la benzina dalla tanica all’interno dell’abitacolo, scegliere due studenti da usare come scudi umani. «Mi diceva di prendere i più piccoli… Io non volevo, non sapevo cosa fare… Alla fine furono Nicolò e una bambina a dirmi: Tiziana non preoccuparti, andiamo noi». In quei minuti, l’unico pensiero della donna era «la morte».  E prosegue nel racconto: «Io gli chiedevo: Ma cosa fai, sono dei bambini. Lui non rispondeva, parlava da solo, ha fatto una telefonata in una lingua straniera. A noi ha detto solo: Adesso vi porto a fare un bel viaggetto, da questo pullman non scenderete più».

Cristina Gauri

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