Roma, 25 dic – Nella nostra confusa nazione, gli italiani sono sottoposti da due anni a un tira e molla di limitazioni delle libertà personali fondamentali. Mentre alla capitana Carola Rackete, la fricchettona che si è riciclata eroina dei due mondi, viene data una pacca sulla spalla per l’impresa prodigiosa di cui si rese protagonista nel giugno 2019: la violazione di un ordine del ministro dell’Interno italiano e l’incidente provocato con la motovedetta della Guardia costiera finita stritolata tra la banchina del porto e il fianco della nave.

Carola e la libertà di fa sbarcare clandestini

Per la giustizia italiana, tutto ciò merita l’archiviazione, in ossequio al principio francamente opinabile dell’imminenza della necessità di far sbarcare il gruppo di clandestini a bordo di Sea Watch 3.

Ci permettiamo di porre più di un dubbio sulla decisione del tribunale di Agrigento perché innanzitutto è ormai acclarato il nesso tra l’abitudine di posizionarsi difronte le coste libiche in attesa che i clandestini vadano a largo sui gommoni e le partenze di questi ultimi. Tanto che coi governi aperturisti (nel senso delle frontiere) e ben disposti nei confronti delle Ong, gli sbarchi e i conseguenti morti in mare sono infinitamente maggiori rispetto a quando – unicum negli ultimi dieci anni – ha governato il dicastero dell’Interno Matteo Salvini, imponendo una linea più rigorosa.

La decisione su Carola “cancella” i confini nazionali

Inoltre l’esistenza dei confini nazionali dovrebbe rappresentare il principio sul quale si basa la possibilità di uno Stato, ossia dei tre poteri che lo compongono, di imporre la legge creata dal suo parlamento in un determinato spazio geografico e in un certo momento storico. La violazione perenne e sistematica dei confini comporta il loro dissolvimento poiché emerge con nitida chiarezza come sia in mano a un potere straniero la decisione sul loro varco.

Difatti le Ong che operano come Carola Rackete sono tutte straniere, ossia battenti bandiera straniera, il che significa che quella nave è un vero e proprio pezzetto di uno stato estero. Il loro andirivieni dalle acque nazionale libiche sin dentro le nostro, e fino alla banchina di un porto come è accaduto nel caso in esame, pone all’attenzione generale una questione di portata gigantesca perché è come se un Paese straniero invadesse il nostro territorio a dispetto di ordini e decreti legge emanati da ministri e governi italiani.

Tana libera tutti solo per i clandestini

Non è chiaro in quale misura e in quale forma l’Italia potrebbe chieder conto a questi paese dell’operato delle navi battenti le loro bandiere. Ciò che però ormai risulta acclarato è l’atto di prevaricazione messo in atto da porzioni di altri Stati che si conclude sistematicamente con l’invasione dei confini italiani. E se questi ultimi cessano di esistere, o comunque di rappresentare il limite territoriale entro cui solo la legge italiana vale, è del tutto evidente che misure al limite della follia come alcune di quelle adottate negli ultimi due anni risulterebbero prive di fondamento giuridico.

Basti pensare allo stato stato di emergenza. Non è in alcun modo previsto che il governo si destini questa enorme massa di potere per riuscire ad evitare i pesi e contrappesi creati per evitare uno strabordamento dell’esercizio del suo potere. Le strutture commissariali prima di Arcuri e oggi di Figliuolo rientrano perfettamente in questo perimetro emergenziale, mentre non vi rientrano affatto le misure poste in essere dai governi Conte due e Draghi, ogni volta presentate come propedeutiche allo stato d’emergenza dichiarato. Spaccare il capello in quattro talvolta può aiutare a comprendere che la condizione del cittadino è differente da quella del suddito, e detta differenza si sostanzia nella possibilità di interrogarsi sull’esercizio del potere da parte del governo, del parlamento e della magistratura. Oltre agli auguri di buon Natale potremmo farci quelli di una maggiore consapevolezza di sé stessi.

Lorenzo Zuppini

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