164940044-c8dfbf5d-b7b8-4bdf-85d4-43d1917b179bMilano, 21 set – Il cosiddetto “popolo della rete” vorrebbe esistere, prendere forma, imprimere decisioni. In sintesi, avere un peso specifico maggiore rispetto alla normale opinione pubblica. E così in parte lo è già, ma non dobbiamo mai dimenticare che le nicchie di riferimento sul web non sono rappresentative della realtà nel suo complesso.  I post e i commenti su facebook e twitter non rappresentano le opinioni dominanti. Sono solo la voce di una nicchia.

Una nicchia certamente non autonoma nel pensiero, allineata e spesso pilotata a seconda delle esigenze del giorno. Come sempre più spesso succede c’è una evidente promiscuità tra le grandi testate giornalistiche, quelle controllate dai gruppi di potere dominante, e il popolo del web. Il più delle volte sono proprio quest’ultimi a segnalare alle varie redazioni ciò che non va nella direttrice del pensiero unico omologante. Vengono fatte rimuovere immagini bombardando con segnalazioni la vittima di turno che si ritrova così su tutti i giornali come il cattivone di turno da esporre al pubblico ludibrio.


Oggi la vittima di turno è stato un ristoratore di Milano reo di aver messo per iscritto su una lavagna, tipicamente usata per elencare il menù all’esterno dei locali, una scelta di campo a favore dei Marò: “Qui non serviamo pasti agli indiani in solidarietà con i nostri Marò“.

Una volta partita la macchina del popolo web nell’arco di poche ore la notizia diventa virale, e piovono le accuse e le minacce. “Come i nazisti con gli ebrei negli anni ’30” si legge tra i commenti, ma si sprecano le imputazioni: “razzista“, quella più diffusa, ma per arrivare ai più moderati “vergogna“.

Perchè il popolo del web esiste ed è uno dei tanti strumenti asserviti alla logica del pensiero unico dominante. Sono come tante celle neurotiche comandate da un unico input.

Lamberto Frugoni, titolare della Posteria di Nonna Papera, sito in zona Arco della Pace a Milano, cerca di sdrammatizzare: “Mi viene solo da ridere. Io la mia clientela ce l’ho, non mi spavento di certo. Sono tra anni che i nostri fucilieri di Marina aspettano un processo, per caso la comunità indiana in Italia ha mai fatto qualcosa per chiedere giustizia? Ognuno di noi nel nostro piccolo deve impegnarsi, facile troppo facile mettersi su Facebook e attaccare“.

Ma la macchina denigratoria ha già raggiunto il suo obiettivo. Per Repubblica il cartello esposto fuori dal locale è razzista. La notizia viene così ripresa da altri quotidiani che si rimbalzano la notizia in maniera immutata.

Il fatto che di razzista non ci sia nulla e che oramai si abusi di certi termini solo ed esclusivamente per denigrare e demonizzare chi pensa e agisce in maniera diversa da ciò che ci viene imposto dall’esterno, non comporta l’assoluzione dell’imputato.

Assoluzione che noi del Primato Nazionale sentiamo di dare al titolare del ristorante milanese perchè il fatto non sussiste. Assoluzione e solidarietà per chi invece con nobile spirito estraneo ai doveri professionali, ha fatto una scelta di campo: ha scelto di difendere l’Italia.

Giuseppe Maneggio

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  1. Razzismo? Direi più tifoseria becera e demenziale. A cominciare dall’idea di considerare “suoi” marò quelli che invece sono marò assunti e stipendiati dalle forze di supporto dell’occupante del nostro paese, per finire con il fatto di prendersela con gli immigrati indiani per ragioni del tutto sbagliate, ovvero non per il fatto di far danni all’Italia ed all’India abbandonando il loro paese, ma per ipotetiche responsabilità neppure del governo di quest’ultimo, ma dei suoi… giudici.

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