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Roma, 11 ago — Il Green pass è discriminatorio nei confronti dei cittadini trans perché la verifica della loro identità interferisce con la loro privacy e risulta umiliante: a dirlo in un’intervista rilasciata all’Huffington è la senatrice del Pd e paladina dei diritti dello «zero virgola», Monica Cirinnà.



Per la Cirinnà il Green pass discrimina solo i trans

Capito? Non sono gli italiani tutti ad essere discriminati sulla base di una vaccinazione a cui non è obbligatorio sottoporsi, ma solo i trans, o i non binari, o qualsiasi altro altro unicorno dell’universo Lgbt con problemi di autopercezione. Cioè coloro che, in caso di verifica, dovrebbero spiegare al controllore di turno il motivo per cui il nome che compare sull’app e sui documenti non corrisponde all’aspetto esteriore. Sono problemi, certo. Ma chissà come mai, i problemi dei fiocchi di neve Lgbt sono sempre «un po’ più problemi degli altri». Le associazioni-lobby che si occupano dei diritti dei trans e affini nei giorni scorsi si sono messi sul piede di guerra, segnalando la criticità al mondo della politica. Cirinnà è scattata sull’attenti.

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Umiliazione pubblica

«Ritengo assolutamente necessario intervenire sulle modalità di verifica del certificato verde, per fare in modo che venga rispettata la riservatezza e che le persone trans non vengano umiliate pubblicamente e costrette a rivelare elementi non necessari della propria identità e della propria storia», dice ad Huffpost. «Misgendering e deadnaming — ovvero quelle situazioni nelle quali la persona trans non è riconosciuta, o è addirittura costretta a rivelare il proprio percorso di vita e/o ad essere chiamata con il nome registrato all’anagrafe, ma non corrispondente all’identità manifestata nella vita di relazione— sono pratiche che rasentano la violenza istituzionale. Umiliazioni pubbliche che devono essere evitate con ogni mezzo, come da tempo chiedono attiviste e associazioni trans».

Quella «strana» logica della suddivisione maschi-femmine

Cirinnà spiega che le difficoltà incontrate durante la verifica del Green pass si sommano ad altri ambiti discriminatori. «Penso ad esempio al momento del voto: le persone cisgender sono abituate a mettersi in fila, ai seggi, secondo il sesso. Mentre per le persone trans in attesa dei documenti anche questa diventa un’esperienza dolorosa e difficile. Ed è inaccettabile, se pensiamo che stiamo parlando dell’esercizio di un diritto fondamentale che è cardine della cittadinanza e della partecipazione democratica!». Per la senatrice si dovrebbe quindi creare una corsia solo per il trans della circoscrizione che quel giorno si reca a votare. Comodissimo. «Tutto ciò succede perché molte leggi sono formulate seguendo, inutilmente, la logica della suddivisione delle persone in uomini e donne». Che è la logica mostruosa su cui si sono basati millenni di civiltà. A quanto pare era tutto sbagliato, a partire dall’uomo di Neanderthal.

Lo scopo è sempre il solito

Tutto questo bel pistolotto della Cirinnà dove ci conduce? Ma al Ddl Zan, ovviamente. «Tutto quello che ho cercato di raccontare dimostra in modo molto chiaro perché l’uso del concetto di identità di genere nel ddl Zan è fondamentale e irrinunciabile. Chiamare le cose con il loro nome è importante: ciò che non si nomina non esiste». Avevate qualche dubbio?

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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