Roma, 12 dic — Adorabili le arrampicate sugli specchi dei «professionisti dell’informazione», negherebbero anche l’esistenza del sistema solare se ciò servisse a tenere il punto su tesi improponibili. Prendete Concita De Gregorio: nel suo ultimo articolo su Repubblica si inerpica sugli erti pendii del ridicolo tentando di difendere Liliane Murekatete, moglie di Aboubakar Soumahoro, e quel «diritto all’eleganza», sostenuto dall’«onorevole con gli stivali», che aveva imbarazzato tutta Italia.

Sì, tutta, anche quella accogliente con il sedere degli altri: tant’è che per più di una settimana la sinistra era rimasta compitamente in silenzio — quando proprio non aveva scaricato la Murekatete e la sua fame cronica di lusso e borsette griffate. Fame che non teneva conto di quella vera, e urgente, dei dipendenti della sua Coop a cui da mesi deve essere corrisposto lo stipendio mentre lei si addobba di lustrini.

Concita De Gregorio difende l’indifendibile

Tutti zitti, quindi, fino a stamattina, quando la Concita nazionale ha esordito su Repubblica con una domanda persino più imbarazzante del concetto di «diritto all’eleganza» stesso: la moglie di Soumahoro è criticata perché ama gli abiti lussuosi, perché la Ferragni può farlo senza subire alcuno stigma e la Murekatete no? «In cosa è scandaloso che una giovane bellissima donna arrivata in Italia dal Ruanda guardandosi attorno nel mondo nuovo abbia ritenuto che farsi fotografare poco vestita potesse esserle utile. Cosa disturba del fatto che ami gli abiti firmati come la suprema imprenditrice del Paese Chiara Ferragni. Perché è nera?».

Ti facciamo un disegnino

A questo punto è lecito chiedersi la De Gregorio abbia posto una domanda retorica, alla quale non è necessario rispondere, oppure se lo stia chiedendo sul serio. Siccome siamo portati a preferire la scarsa capacità di analisi, per usare un eufemismo, rispetto alla malafede, spiegheremo alla de Gregorio perché non è la stessa cosa. Liliane Murekatete faceva parte del consiglio di amministrazione di cooperative solidali che gestivano il lavoro degli extracomunitari, ricevendo profumatissime sovvenzioni statali. E benché nel mirino delle autorità sia finita la madre, appare decisamente improbabile che la nostra Liliane non sapesse nulla di quanto stava accadendo.

Sicché, mentre lei si adornava di pelli di leopardo battendosi il petto per i diritti calpestati dei poveri fratelli braccianti, questi ultimi dormivano nel fango delle catapecchie senza ricevere una lira. Invece, a quanto sappiamo, la Ferragni non ha mai lasciato i dipendenti senza stipendio per un anno. Non ci interessa sapere se, dal suo attico, Concita abbia finto di non cogliere la differenza o non ci sia arrivata con i propri mezzi. Ma di sicuro è riuscita nella non facile impresa di rendersi ancora più ridicola di chi rivendica il proprio «diritto all’eleganza».

Cristina Gauri

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1 commento

  1. Entrambe lavorano facendo leva sulle ignoranze e da questo punto di vista ben ci sta a vederle affiancate. Anche la Ferragni è ben pompata, pure culturalmente, da istituzioni pubbliche, manca solo il suo finale… alla Farinetti? Tempo al tempo.

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