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pratoPrato, 14 gen – Si è chiuso con tre condanne il processo di primo grado per l’incendio che, il 1 dicembre 2013, era costato la vita a sette lavoratori che dormivano in un’azienda gestita da cinesi a Prato. La sentenza ha inflitto otto anni e otto mesi di reclusione alla titolare, Lin Youlan; sei anni e dieci mesi invece per la sorella Youli e sei anni e mezzo per Hu Xiaoping, marito di quest’ultima. I tre sono stati condannati anche al risarcimento nei confronti di Comune, Inail e parenti delle vittime.

Il processo ha quindi accertato la responsabilità dei tre per il rogo scoppiato un anno fa in un pronto moda cinese, dove le sette vittime lavoravano e dormivano nella completa illegalità e assenza di sicurezza. L’incendio, scaturito dall’impianto elettrico fatiscente, aveva colto gli operai nel sonno; la loro fuga era stata ostacolata dalle sbarre alle finestre e solo in quattro riuscirono a salvarsi, fra cui un bambino. Gli altri sette lavoratori stranieri, di cui cinque irregolari, morirono carbonizzati.

I capi d’imputazione per i gestori dell’azienda hanno riguardato l’omicidio colposo plurimo aggravato, l’incendio colposo aggravato, l’omissione dolosa delle cautele antifortunistiche e lo sfruttamento della manodopera clandestina. Devono invece rispondere di omicidio plurimo colposo Giacomo e Massimo Pellegrini, i proprietari dell’immobile affittato agli imprenditori cinesi. Per l’accusa erano infatti al corrente degli abusi edilizi realizzati nel capannone, che insieme ai macchinari ospitava anche dei loculi in cartongesso dove dormivano gli operai. Il processo per i due italiani è ancora in corso.

Il “rogo di Prato” ha strappato molte urla di indignata sorpresa per le condizioni di vita e lavoro a cui sono sottoposti questi lavoratori in Italia, nel XXI secolo. In realtà quell’incendio ha strappato solo il velo su una situazione notoria, un carattere endemico del “sistema Prato”: la presenza di migliaia di capannoni gestiti da cinesi nella più totale indifferenza verso la legislazione italiana. Fabbriche-lager dove lo Stato non entra e da cui escono prodotti che fanno concorrenza sleale a quelli realizzati dagli imprenditori che pagano le tasse e rispettano la normativa sulla sicurezza sul lavoro.

Non è quindi poi così paradossale che l’avvocato dei tre cinesi condannati abbia parlato di “sentenza ingiusta”, in quanto “si accanisce sui singoli e non sul sistema Prato”. Se infatti da un lato la sentenza “ingiusta” non pare (le condanne sono addirittura più miti di quelle inflitte in primo grado alla ThyssenKrupp, per l’incendio dove morirono sempre sette operai), dall’altro è vero che non è stato scalfito il “sistema Prato”. Un sistema ben rodato, un porto franco dove guadagnano imprenditori cinesi nascosti dietro prestanome e italiani pronti a vendersi per un piatto di lenticchie dorate: sono i proprietari degli immobili e i professionisti che ruotano come una corte intorno ai nuovi padroni della seta. Dopo che i nemici esterni – globalizzazione e libero mercato – hanno castrato i magazzini pratesi, il ‘basso costo ad ogni costo’ ora nasce direttamente in quei capannoni. Un’altra tappa della perdita di sovranità italiana, questa volta colpita da un tumore intestino, non curabile con la retorica di un’integrazione fiabesca, che in realtà avviene perfettamente solo a livello criminale.

Lapo Pirelli

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