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Verona, 6 mar – Mattia Salamone, 15 anni, è affetto da tetraparesi spastica e sindrome di West, una rara forma di epilessia. Due malattie che lo rendono gravemente disabile e bisognoso di cure costanti, a cui i suoi amorevoli genitori lo sottopongono senza sosta. Per fare questo, Mattia deve recarsi con mamma e papà in Spagna, in una clinica specializzata nella città di Barcellona, per le terapie del caso.



Sarebbe dovuta andare così anche l’altro ieri, quando la famiglia si era messa in viaggio per le cure verso la Penisola iberica: ma si sono visti respingere dal direttore del centro. Motivo? Mattia e i suoi genitori abitano a Verona, una zona rossa per quanto riguarda il contagio del coronavirus: “Ci hanno rimandato indietro perché veniamo da una ‘zona rossa’, dicono di aver seguito i protocolli, ma due giorni prima ci avevano detto che era tutto confermato. Poi nessuno ci ha avvisati. Ci siamo sentiti discriminati”, spiega Davide, padre di Mattia, a Tgcom24.

La scelta di respingere la famiglia non è dettata dai protocolli, anzi: “Attualmente, la Spagna non ha adottato restrizioni per gli italiani in merito al coronavirus, ho degli amici di Milano che tuttora sono a Barcellona in vacanza. Quella che ci riguarda è stata una scelta del direttore”, continua. Oltretutto, la visita era stata prenotata e concordata in precedenza senza che la direzione della struttura avesse opposto il minimo dubbio. “Siamo partiti sabato, ci eravamo già sentiti due giorni prima con la segretaria del direttore, ho chiamato per avere conferma, per loro era tutto ok. Quando siamo arrivati ci hanno detto di fare il tampone e di metterci 15 giorni in quarantena, ma poi non ce l’hanno fatto fare perché non presentavamo sintomi e abbiamo preferito tornare a casa. Dovevano avvisarci prima, ci hanno creato dei disagi. Inoltre, altri italiani, nello stesso centro, stanno continuando le terapie“.

La clinica ha poi inviato una lettera di scuse ai genitori del ragazzo: “Il direttore dice di aver scambiato il nostro Mattia per un altro paziente, che precedentemente aveva disdetto, e per questo non ci avrebbe avvisato. Dice di aver agito appunto seguendo i protocolli. Il rimborso lo avremo, per ora non è ancora arrivato nulla, aspettiamo”, spiega Davide. “Noi andiamo lì da qualche anno ogni tre-quattro mesi, ci siamo sempre trovati bene. In questo caso, però, ci siamo sentiti abbandonati. Penso non andremo più in quel centro“, conclude il papà di Mattia.

Cristina Gauri



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