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Roma, 8 set — Nigella Lawson smentisce il Corriere che le aveva attribuito il cambio di nome della pasta alla puttanesca «perché offensivo». Sembra che stavolta la smania della stampa progressista di mettere il cappello a qualsiasi notizia che rimandi — anche seppur vagamente — alla cancel culture sia stata zittita, o per lo meno smorzata.



Epic fail del Corriere sulla pasta alla puttanesca

Per chi non lo sapesse, Nigella Lawson è una dei pionieri del cosiddetto food blogging e una delle prime blogger a portare le ricette sulle piattaforme social. Stamattina, la Lawson dal suo account Twitter ha smentito un tweet del Corriere della Sera (poi, guarda caso, cancellato dai social media manager della testata) che linkava un articolo titolato La proposta di Nigella Lawson: Non chiamateli più spaghetti alla puttanesca, è offensivo. «Non è vero», ha scritto la blogger di rimando.

Ma la blogger diceva altro

In sostanza il Corriere aveva travisato un post pubblicato sul sito della Lawson, in cui questa spiegava il suo personale cambio di nome della pasta alla puttanesca. «La mia versione della pasta alla puttanesca ha avuto un leggero cambio di denominazione. Sì, ho capito che non è necessario tradurre il nome con cui è conosciuto questo “avanzo di dispensa” di pasta, con acciughe, olive, capperi aglio, scaglie di peperoncino e salsa di pomodoro. Ma assecondatemi: ora è lo Slattern’s Spaghetti [spaghetti della stracciona]. Nonostante l’esatta traduzione dal nome italiano sia Whore’s Spaghetti, in molti sembrano d’accordo sul fatto che questo sia una sorta di piatto preparato da una persona sciatta, che non va al mercato a comprare ingredienti freschi ma che preferisce utilizzare le cose che ha in casa. Comunque lo si voglia chiamare, questo piatto è tanto gustoso quanto facile da cucinare».

Nel testo originale, quindi, Lawson non si riferisce esplicitamente alla — presunta — connotazione offensiva dell’espressione «alla puttanesca» a cui invece allude il titolo del Corriere. Né da nessuna parte scrive che il cambio di denominazione sia una strizzata d’occhio al politicamente corretto e alla cancel culture. Pare che «i professionisti dell’informazione» abbiamo preso l’ennesimo granchio. 

Cristina Gauri

 

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