Roma, 3 dic — Michela Murgia se ne faccia una ragione: ai linguisti della Crusca lo schwa non piace. E non è solo una questione di antipatia o becero maschilismo: la famigerata «e rovesciata» (ə) che secondo la teorica della «matria» sarebbe perfetta per eradicare sessismo ed «eteronormatività» (sic) dal nostro splendido italiano, per i collaboratori dell’insigne Accademia è inutile, confusionario, «una proposta ancora meno praticabile rispetto all’asterisco».

La Crusca fa muro contro lo schwa: la Murgia se ne faccia una ragione

Contro lo schwa, la desinenza neutra che gli alfieri della neolingua vorrebbero utilizzare al posto di quella maschile in favore delle identità non binarie, si era già pronunciato un linguista della Crusca, Paolo D’Achille. «Non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo», aveva commentato. Gli aveva fatto eco Roberta D’Alessandro, docente di Sintassi e variazione linguistica presso l’Università di Utrecht: «Il cambiamento linguistico non accade mai come risultato di un ragionamento a tavolino», come invece vorrebbe la Murgia. «La lingua è parlata e decisa dall’uso dei parlanti, non può mai essere imposta».

Un’altra linguista ribadisce il concetto

A demolire ulteriormente lo schwa ci ha pensato Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e da anni collaboratrice con l’Accademia della Crusca. «La funzione primaria del genere grammaticale in un testo è permettere di riconoscere tutto ciò che riferisce al referente», cioè «all’essere cui ci riferiamo, attraverso l’accordo grammaticale». Eliminando «le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione», spiega all’agenzia Dire.

L’italiano non è non binario

La grammatica non può essere non-binaria, prosegue Robustelli. «Il genere grammaticale viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso. Il genere ‘socioculturale’, cioè la costruzione, la percezione sociale di ciò che comporta l’appartenenza sessuale, rappresenta un passaggio successivo». Inoltre, sembra che attualmente «il termine ‘genere’ si usi con il significato di ‘sesso’ e questa confusione complica il ragionamento, già di per sé complesso». Inoltre vi è un problema di confusione: Con la schwa «si eliminano gli accordi tra le parole e si mina l’intera coesione testuale: e questo è un fatto grave», conclude la linguista della Crusca.

Cristina Gauri

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