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Roma, 11 nov – Un milione e 400mila screening oncologici saltati a causa del Covid. E’ in atto un dramma di proporzioni gigantesche, ridotto al silenzio dall’epidemia di coronavirus, l’unico soggetto che da febbraio sembra essere meritevole dell’attenzione mediatica. Potrebbe rivelarsi un affare da centinaia di migliaia di morti sul lungo periodo, ma ora contano solo i decessi per Covid-19.

8 mesi di attesa

Con i reparti intasati da pazienti affetti dal morbo cinese, il rischio è di dover attendere 8 mesi per una diagnosi di cancro. Lo rivela Rosaria Iardino, presidente della Fondazione The Bridge. «Occorre ricordare», spiega, «che esistono persone che hanno patologie non Covid che sembrano sparite dal radar del ministero della Salute e dalle Regioni. I bollettini Covid sono quotidiani mentre nessuno più vuole occuparsi di tutti gli altri malati».

Sanità al collasso

Le cifre complessive di cui parla Iardino mettono i brividi. Con lo stop avvenuto in concomitanza del lockdown la sanità italiana – quella che non riguarda la gestione del Covid – ha praticamente cessato di funzionare. «Abbiamo dei dati in cui si dimostra che fino a giugno ci sono state circa 51 milioni di prestazioni non erogate. Parliamo di cardiologiche, dermatologiche, oculistiche, ma soprattutto quelle oncologiche».

Le altre malattie non si fermano

Un numero di prestazioni talmente alto che non si è stati in grado di riassorbire nemmeno nella «pausa estiva» del contagio. «Ma ad oggi questo numero enorme di visite in attesa purtroppo non è stato smaltito. Se a questi dati si aggiunge il milione e 400mila screening oncologi non effettuati, si comprende la nostra preoccupazione. È evidente», ammonisce infatti Iardino, «che anche in presenza del coronavirus le altre malattie non si fermano. Una malattia come quella oncologica non può attendere 8 mesi per avere una diagnosi precoce, così come un infarto non aspetta».

Non esistono però solo i ritardi. «Da questa fotografia si evidenzia che da una parte il paziente ha paura di andare al Pronto soccorso», spiega Iardino. «Dall’altra, invece, gli ospedali non sono in grado di accogliere immediatamente tutte le richieste da parte dei pazienti. Per questo», come Fondazione The Bridge, «abbiamo chiesto di attivare dei centri di Pronto soccorso anche per i pazienti non-Covid».

Cristina Gauri

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