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Milano, 26 mar – Un ragazzo milanese di 24 anni è stato assolto dopo esser finito a processo per aver dichiarato il falso in un’autocertificazione. Il gup ha accolto la richiesta della procura di Milano di assoluzione «perché il fatto non sussiste» in quanto «l’obbligo di dire la verità non è previsto da alcuna norma di legge».

Una sentenza che fa il paio con quella emessa dal Tribunale di Reggio Emilia, dove un giudice ha assolto una coppia uscita durante il lockdown con un’autocertificazione falsa perché il Dpcm «è illegittimo». La vicenda riguardava due cittadini che in pieno lockdown del marzo scorso erano usciti di casa presentando al controllo una dichiarazione, poi risultata fasulla.

Autocertificazione falsa? Per il gup si può

Anche la sentenza di ieri riguarda un controllo avvenuto a marzo dello scorso anno, durante il primo lockdown. Le forze dell’ordine avevano fermato il ragazzo il quale aveva affermato il falso, scrivendo nell’autocertificazione che stava tornando a casa da lavoro. Ma da una successiva verifica era emerso che quel giorno il 24enne non era di turno. Finito a processo con l’accusa di falso, per il 24enne è arrivata ieri l’assoluzione perché «l’obbligo di dire la verità non è previsto da alcuna norma di legge» e, anche se ci fosse, sarebbe «in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo», che prevede la Costituzione.

Manca una norma specifica sull’obbligo di verità 

Per il giudice, si legge nella sentenza, «è evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di ‘dire la verità’ sui fatti oggetto dell’autocertificazione sottoscritta». Secondo il gup, poi, sono assenti una norma specifica sull’obbligo di verità nelle autocertificazioni relative alle misure anti Covid e una legge che preveda l’obbligo di compilare un’autocertificazione in questi casi. Inoltre, è anche incostituzionale sanzionare penalmente «le false dichiarazioni» di chi ha scelto «legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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