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Roma, 29 nov – Poco o niente e’ stato fatto in questi anni per risolvere il dissesto idrogeologico del nostro Paese. Eppure il primo obiettivo della sostenibilità, quella vera, è chiaro da tempo: mettere in sicurezza il proprio territorio. Si è però parlato molto, e con tanta e troppa enfasi, di sostenibilità e di green; e a parlarne tantissimo, con abile trasformismo, sono soprattutto quelli che hanno contribuito alla dissoluzione dello stato sociale, alla fine delle opere pubbliche e alla cessione di ogni sovranità.



Il dissesto idrogeologico se ne frega del green e del “bio”

Tutti sono saliti sulla grande onda della sostenibilità: green ovunque, plastic free, super bio, Fridays for future. Tanti slogan e molti convegni-show, con guru internazionali che hanno illustrato paradisiaci scenari alla grande platea plaudente: terre promesse dove sfrecciano auto elettriche tra filari di piante biologiche e palazzi ecologici, illuminati da energia solare, senza la minima traccia di un qualche orribile rifiuto, immediatamente ricondotto verso una meritata second life. Ma in questa apoteosi retorica della sostenibilità a buon mercato, quello che è veramente insostenibili – sempre e ancor di più di fronte alla tragedia del nubifragio in Sardegna, con tre morti e due dispersi – è l’inconsistenza della classe dirigente pubblica e privata nazionale, forse più votata alla provvidenza che al lavoro. Ed e’ una colpa molto diffusa, dal centro alle periferie del potere.

Alluvioni e frane, una piaga più antica del cambiamento climatico

Eppure del rischio idrogeologico se ne è sempre parlato. L’Italia è uno dei Paesi a maggior rischio idrogeologico, caratterizzato da una specifica conformazione geomorfologica che facilita l’innesco dei fenomeni propri di questo rischio: le alluvioni e le frane. Alla predisposizione naturale si associa il contributo antropico, ovvero l’azione dell’uomo sul territorio ed i cambiamenti climatici che hanno prodotto un’alternanza di effetti, periodi di forti ed ingenti temporali e periodi di grandi siccità. Anche se il rischio idrogeologico e i fenomeni alluvionali sono in Italia ben più antichi del cambiamento climatico, come dimostrato da quelli nel Polesine con 84 morti e in Calabria con 70 vittime, nel lontano 1951.

Il tragico fenomeno delle «bombe d’acqua»

Le cosiddette bombe d’acqua si ripetono nel nostro Paese quindi da diversi anni, con effetti gravi e drammatici. Solo tra le più recenti a memoria si ricordano: l’alluvione di Cuneo e Vercelli nell’ottobre di quest’anno, con due morti, e quella di Palermo a luglio; l’alluvione, sempre nel palermitano, del novembre 2018,  con 9 morti; l’alluvione nel bellunese dell’ottobre 2018; l’alluvione a Livorno nel settembre 2017 che provocò 8 morti; l’alluvione di Carrara e di Chiavari, con due vittime sepolte dal fango; l’alluvione a Genova e in Maremma dell’ottobre 2014, che ha provocato tre morti. L’alluvione di Modena del gennaio 2014, con un volontario disperso e 600 persone evacuate; l’alluvione in Sardegna il 18 novembre 2013, con 16 vittime e quasi 3.000 sfollati; l’alluvione della Maremma grossetana, il 12 novembre 2012, con cinque vittime ed una sesta persona morta dopo un mese di rianimazione; l’alluvione in provincia di Messina del novembre 2011, con tre morti travolti dal fango; l’alluvione di Genova sempre nel novembre 2011 – 500mm di pioggia in cinque ore – con sei vittime e cento sfollati; l’alluvione della Lunigiana del 25 ottobre 2011, con  tredici morti; l’alluvione della Valle del Sarno, il 5 maggio 1998, che provocò ben 160 morti.

Rischio alluvione: cifre impressionanti

Il male e’ dunque molto conosciuto, la furia delle acque temuta da tempo. Nell’ultimo rapporto Ispra (Istituto Superiore per la Protezione del Rischio Ambientale) del 2018 si evidenzia che è a rischio il 91% dei comuni italiani, rispetto all’88% del 2015, che oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in aree ad alta vulnerabilità e che il 16,6% del territorio nazionale è mappato nelle classi a maggiore pericolosità per frane ed alluvioni, circa 50 mln di km2. Il 23,4% del territorio è a rischio alluvione, oltre il 18% dei Beni culturali sono a rischio.

E come sempre mancano i fondi 

Dal 2013 al 2016 si è calcolato che 18 regioni sono state gravemente colpite e sono state aperte 56 emergenze per un costo di 7,6 mld/€  (lo Stato ha stanziato però solo il 10%). L’Italia paga circa 3,5 mld/€ l’anno per risarcimenti. E’ stato stimato, in base ai 9400 progetti caricati  nel ReNDiS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) anche un primo importo complessivo necessario per la messa in sicurezza del territorio: 26 miliardi di euro. Sempre Ispra ha stimato i costi dovuti ai danni dovuti al dissesto idrogeologico dal 1944 al 2012 in oltre 61 miliardi di euro, ed i fondi necessari per la messa in sicurezza in 40 miliardi di euro.

Il progetto Italia Sicura

Quindi il male è conosciuto,  e note sarebbero anche le soluzioni. E cosi il 27 maggio del 2014 presso la Presidenza del Consiglio è stata istituita la Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, con compiti di impulso, coordinamento, monitoraggio e controllo in ordine alla corretta, efficace ed efficiente utilizzazione delle risorse attualmente disponibili, in base a linee di finanziamento nazionali ed europee, anche presenti nelle contabilità speciali e nei fondi comunque finalizzati ad ovviare al dissesto idrogeologico ed alla realizzazione degli interventi relativi. La Struttura di Missione, poi detta “ItaliaSicura”,  è stata in pratica – meglio dire che avrebbe dovuto essere – il punto cardine di tutta l’azione governativa contro il dissesto idrogeologico, ovvero la nuova Governance per la difesa del suolo.

Un lavoro sinergico a contrasto del dissesto idrogeologico

Italia Sicura svolgeva un lavoro di integrazione di competenze e di coordinamento dei ministeri dell’Ambiente, delle Infrastrutture, dell’Agricoltura, dei Beni culturali, dell’Economia, e poi anche delle Regioni e di altri 3.600 enti sparsi sul territorio sul tema delle opere di contrasto al dissesto idrogeologico. Ha realizzato il Piano Nazionale di opere ed interventi di riduzione del rischio idrogeologico, il Piano finanziario e le linee guida per le attività di programmazione e progettazione degli interventi per il contrasto del rischio idrogeologico.

Italia Sicura: un progetto già morto

Ma Italia Sicura dura poco: nasce nel 2014 per morire, tra consensi e dissensi, con un decreto del governo Conte, nel 2018, che ha trasferito al ministero dell’Ambiente “i compiti in materia di contrasto al dissesto idrogeologico, di difesa e messa in sicurezza del suolo e di sviluppo delle infrastrutture idriche”. Il trasferimento delle competenze dalla Presidenza del Consiglio al Ministero dell’Ambiente è un’altra triste storia della burocrazia italiana, con continui rimbalzi di responsabilità e lotte per l’appropriazione di meriti: si può pensare veramente che il ministero dell’ambiente abbia più  forza e potere della Presidenza del Consiglio per dirigere il  complesso sistema per la  difesa del suolo nazionale, sistema composto da almeno 5 ministeri, 20 regioni e altri 3600 enti?

I capri espiatori del dissesto idrogeologico 

Sebbene le cause dei disastri ambientali siano note così come i rimedi, i tempi per la realizzazione dei riassetti territoriali – specialmente per una lenta, inefficace e complicata struttura burocratica – sono lunghi, lunghissimi. Mentre le bombe d’acqua continuano a cadere molto rapidamente, indifferenti, su persone e territori impreparati. Alla drammatica esperienza del diluvio si associa quella della consapevole e diffusa impotenza: ecco così aprirsi improvvise voragini, crollare muri, interi quartieri inondati, attività artigianali travolte dal fango. Purtroppo in Italia al dissesto idrogeologico si abbina l’incertezza  amministrativa: dare la colpa al cambiamento climatico per i continui e storici disastri ambientali è una facile scusante, un impalpabile capro espiatorio.

Se si assume che il diluvio non è per il nostro Paese un evento eccezionale, che si sono individuati i programmi per limitare le cause, che la dotazione infrastrutturale non è adeguata a sopportare questi terribili eventi naturali, occorre nel breve periodo, ovvero subito, ripartire con una grande opera pubblica per la difesa del suolo nazionale. E  occorrono istituzioni moderne.

Gian Piero Joime



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1 commento

  1. Meno scrivanie e fuori a lavorare, se è il caso a calci nel culo! O aspettiamo i foresti a rimettere e vivere le foreste?!?! Con il RdC magari? Manco i corsi d’ acqua sappiamo tenere con quel che costa la materia prima.

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