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Roma, 6 feb – Lo scorso 3 gennaio, nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Baghdad, il generale iraniano Qassem Soleimani cade vittima di un raid voluto dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di concerto col Pentagono e apparati del cosiddetto Deep State americano. Muore così il secondo uomo più importante di Teheran, colui che nella guerra civile siriana e per contenere l’avanzata dell’Isis in Iraq ha guidato la Forza Quds a sostegno di Bashar al-Assad. In tutta risposta, la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, proclama tre giorni di lutto nazionale, definendo Soleimani un martire (shahid) e conferendogli, post mortem, il grado di Tenente Generale. Immediatamente si diffonde la preoccupazione che l’evento possa cambiare gli equilibri geopolitici del Medio Oriente mentre in Italia circola la notizia secondo cui il drone che avrebbe colpito l’auto su cui viaggiava il generale iraniano sarebbe partito dalla base aerea di Sigonella in Sicilia. Notizia poi smentita dal ministero della Difesa e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.



Le basi Usa in Italia

La vicenda fin qui narrata torna a sollevare una vecchia questione, quella sulle basi Usa, che divide in due opposte fazioni: chi, da un lato, sostiene la necessità di ospitarle sul territorio nazionale e chi invece le considera l’ennesimo sopruso di una potenza muscolare e prevaricatrice, una violazione della sovranità nazionale, un costo esoso, quello destinato alle attività di manutenzione, che grava sulle spalle degli italiani nonché un pericolo contro la nostra incolumità. Mentre si fa strada il timore che l’opinione pubblica – inebetita dalla frenesia degli acquisti in questa stagione di costi al ribasso, da notizie frivole come l’addio di Harry e Meghan alla Royal Family, o attenta com’è a seguire il tam tam mediatico su chi saranno i cantanti, gli ospiti e le soubrette del Festival di Sanremo – abbia completamente ignorato il riaffacciarsi di questo tema, tornato di attualità anche in occasione della crisi siriana e di quella libica.

In Italia, basi e installazioni militari Usa ufficialmente dichiarate sono 120, ma c’è chi parla pure di altre 20 basi totalmente segrete. L’Italia è la nazione in Europa che ha il numero maggiore di militari americani, e, quando nel resto d’Europa sono diminuiti, in Italia sono persino aumentati. Non ultimo, nelle basi di Aviano nel Friuli e Ghedi in Lombardia, sono presenti 90 testate atomiche. L’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (BIA), anche detto “Accordo Ombrello”, ovvero il trattato che disciplina lo stato giuridico delle basi americane in Italia, è stato sottoscritto da Usa e Italia il 20 ottobre del 1954, in piena Guerra Fredda, quando si rese necessario creare un avamposto da cui poter contrastare la possibile invasione dell’Europa Occidentale da parte dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, e la conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica, questa minaccia non esiste più, eppure gli armamenti nucleari sul territorio nazionale stanno ancora lì. Perché?

Riprendersi la sovranità militare

Perché dalla fine della Seconda Guerra mondiale, l’Italia, uscita sconfitta dal conflitto, firmando l’armistizio con le forze alleate, l’8 settembre 1943, ed entrando, successivamente, a far parte del Patto Atlantico, ha rinunciato alla propria indipendenza per firmare un patto non di alleanza ma di sudditanza agli Usa, prima potenza mondiale, che da oltre mezzo secolo influenza le nostre vite. Dunque, il dibattito sulla presenza militare americana sul nostro territorio non è obsoleto, ma è una questione della massima urgenza, poiché è a rischio la nostra sicurezza nazionale e perché è moralmente necessaria una lotta per la nostra sovranità militare.
Mauro Bulgarelli, ex deputato dei Verdi, promosse, era il 2007, un referendum per smantellare qualsiasi armamento nucleare sul territorio italiano. Oggi, riproporre un referendum torna di attualità, ma il timore è che ancora una volta la nostra sia la voce di chi grida nel deserto. Viene allora in aiuto un adagio indiano: “Il fiume non va spinto, scorre da sé”. In altre parole, nonostante tutto, è più saggio non abbandonare la speranza che prima o poi i tempi saranno maturi per un cambio di paradigma.

Annarita Curcio



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4 Commenti

  1. Altra prova provata che questa sottospecie di Europa non serve alla “equivalenza” degli europei, ma a qualcosa d’ altro…

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