Roma, 22 giu – Non solo violenze sessuali (la propensione allo stupro degli stranieri è 7,6 volte superiore a quella degli italiani), baby gang di stranieri che assaltano le città, carceri affollate dal 30 per cento di immigrati e quartieri in cui comanda la malavita di importazione, l’Italia è flagellata anche dai cosiddetti reati culturalmente motivati: i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili. Per quanto riguarda le nozze imposte a giovani donne, molto spesso minorenni o addirittura bambine (il 9 per cento), il 73 per cento dei casi vede come autori del reato uomini di nazionalità prevalentemente pakistana, seguita da quelle albanese, bengalese e bosniaca, secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno. Nel 40 per cento dei casi, i responsabili ha una età compresa tra 35 e 44 anni. Il Viminale, peraltro, chiarisce che i numeri di tale reato sono sottostimati: “I dati, inevitabilmente, fotografano una situazione sottodimensionata rispetto a quella reale: l’emersione di questo reato, infatti, non è facile perché spesso si consuma tra le mura domestiche e le vittime sono quasi sempre ragazze giovani, costrette ad abbandonare la scuola, talvolta obbligate a rimanere chiuse in casa nell’impossibilità di denunciare, anche per paura di ritorsioni”.

Infibulazione: i dati choc sulle mutilazioni genitali femminili in Italia

Nel 2019, l’Università di Milano Bicocca ha stimato il numero delle vittime delle mutilazioni genitali femminili in Italia: 87.600 donne infibulate, tra queste 7mila sono bambine e ragazze poco più che adolescenti. Nigeria ed Egitto sono i principali Paesi di origine delle donne sottoposte a tali barbarie. Come abbiamo già riportato sulla rivista de Il Primato Nazionale dell’ottobre 2020, nel 2018, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha stimato che dal 15 al 24 per cento delle ragazze siano a rischio di mutilazioni genitali femminili su una popolazione totale di 76.040 ragazze di età compresa tra 0 e 18 anni, provenienti da Paesi in cui si effettuano tali pratiche, ovvero Egitto, Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia e Guinea.

In Italia, in base alla Legge 9 gennaio 2006, n.7, “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazioni genitali femminile”, chiunque pratichi l’infibulazione è punito con la reclusione da 4 a 12 anni, pena aumentata di un terzo se la mutilazione viene compiuta su una minorenne, nonché in tutti i casi in cui viene eseguita per fini di lucro. Sebbene esista questa legge, le bambine e le giovani donne straniere continuano a subire l’infibulazione perché tutto viene celato nel sottobosco del multiculturalismo e, forse, volutamente sottostimato perché questi reati hanno una matrice culturale. La Corte di cassazione si è espressa nel 2021 sul ricorso di una donna egiziana che, residente in Italia da un anno, venne condannata per aver praticato mutilazioni genitali ai danni delle figlie di sei e nove anni. Gli avvocati dell’egiziana aveva invocato l’ignoranza inevitabile della legge. La Suprema corte ha ritenuto inammissibile il ricorso ma nella sentenza si legge: “Dalle concordanti sentenze di merito, emerge chiaramente che, in base alle condizioni soggettive ed oggettive di vita, la donna sarebbe stata in grado di informarsi adeguatamente circa l’esistenza del divieto, penalmente sanzionato, di praticare le mutilazioni genitali alle figlie”. La Cassazione, in questo modo, ha sancito che gli autori di mutilazioni genitali possono essere considerati colpevoli solo quando la conoscenza della legge sia comunque possibile, nonostante l’infibulazione sia un reato riconosciuto anche in molti Paesi di origine degli immigrati. Se la donna egiziana avesse praticato l’infibulazione alle proprie figlie dopo un mese dal loro arrivo in Italia, la Corte di cassazione avrebbe accolto il ricorso della difesa? E quali sarebbero quelle scriminanti “condizioni soggettive e oggettive di vita”?

Francesca Totolo

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