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Roma, 12 dic – Quando il 9 settembre scorso Facebook aveva disattivato senza preavviso la pagina ufficiale di CasaPound e migliaia di profili privati, a sinistra i festeggiamenti erano stati simili a quelli per la vittoria di un mondiale. E a chi gli faceva notare che il fatto che una multinazionale straniera decidesse arbitrariamente chi in Italia avesse diritto di parola o meno forse non era proprio il massimo, loro rispondevano più o meno tutti così: “Facebook è un privato e fa quello che vuole. Se vìoli le sue condizioni lui giustamente ti caccia”.

Spiegato bene a David Puente

Insomma, che gli Standard della comunità del gigante social venissero prima del diritto italiano – che fino a quel momento aveva permesso a CasaPound di esistere, svolgere le proprie attività e candidarsi persino alle elezioni – era un fatto dato per assodato a sinistra. Anzi, per Zingaretti e soci bene aveva Facebook a “fermare l’odio”, svolgendo un ruolo di avanguardia rispetto all’ordinamento italiano, che ancora garantisce l’esistenza di CasaPound. A sintetizzare meglio di tutti la supponenza e l’arroganza dei globalisti semicolti era stato come al solito David Puente, il famoso “debunker” di Open, che nel suo “spiegato bene” asseriva che “quando sei in casa altrui devi accettare le regole di chi ti ospita”, difendendo anche lui a oltranza la decisione di Zuckerberg di censurare un’associazione perfettamente legale in Italia.

David Puente spiegato bene

Oggi è stato il giudice Stefania Garrisi del Tribunale di Roma a spiegare benissimo a Puente e soci che è Facebook a dover accettare le regole di chi lo ospita (lo Stato italiano) e che gli “Standard della comunità” non possono ignorare “i principi costituzionali e ordinamentali italiani”. Una sentenza storica che distrugge la narrazione della sinistra basata sul principio del “Facebook è un privato e fa come vuole”. L’impostazione generale del provvedimento che accoglie il ricorso di CasaPound fungerà da precedente giuridico fondamentale in merito al ruolo di Facebook come piattaforma pubblica, al rispetto del diritto al pluralismo e al rispetto della Costituzione.

Chi non è su Facebook “escluso dal dibattito politico”

Un aspetto fondamentale della sentenza è senza dubbio la precisazione in merito al ruolo della piattaforma di Zuckerberg. “Il servizio Facebook è utilizzato da oltre 2,8 miliardi di utenti in tutto il mondo”, si legge nell’ordinanza, “nessun dubbio pertanto può sussistere sul ruolo centrale e di primaria importanza ricoperto dal servizio di Facebook nell’ambito dei social network e sulla speciale posizione ricoperta dal gestore del servizio”. Speciale posizione che rende Facebook de facto una piattaforma pubblica, determinante ai fini del pluralismo politico. “E’ infatti evidente il rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook (o di altri social network ad esso collegati) con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento come quello del pluralismo dei partiti politici (49 Cost.)”, scrive il giudice Stefania Garrisi, “al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento”.

Facebook non è un semplice privato

L’ordinanza spiega perfettamente perché il colosso di Menlo Park non è al di sopra della legge (con grande rammarico di Puente e soci). “l rapporto tra Facebook e l’utente che intenda registrarsi al servizio (o con l’utente già abilitato al servizio come nel caso in esame) non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto Facebook, ricopre una speciale posizione”, si legge nel provvedimento. “Tale speciale posizione comporta che Facebook, nella contrattazione con gli utenti, debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finché non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente”.

La legittimità di CasaPound

Dunque nessuna violazione da parte di CasaPound, la cui esclusione “da Facebook si pone in contrasto con il diritto al pluralismo di cui si è detto, eliminando o fortemente comprimendo la possibilità per CasaPound Italia, attiva nel panorama politico italiano dal 2009, di esprimere i propri messaggi politici”. La disabilitazione della pagina non è legittima perché “non è possibile affermare la violazione delle regole contrattuali da parte dell’Associazione ricorrente (CasaPound, ndr) solo perché dalla propria pagina sono stati promossi gli scopi dell’Associazione stessa, che opera legittimamente nel panorama politico italiano dal 2009”.

Facebook prova a scavalcare la legge italiana

Nell’ordinanza emerge chiaro l’attacco alla sovranità italiana in materia di diritto operata da Facebook, che per valutare l’incostituzionalità di CasaPound si è appellata a leggi straniere. “Non sono pertinenti i richiami alla giurisprudenza straniera effettuati da Facebook“, si legge nella sentenza, “atteso che dalla stessa prospettazione della resistente (Facebook, ndr) emerge che si è trattato di casi in cui la pagina veniva usata per promuovere un partito che perseguiva scopi contrari alla Costituzione, valutazione di merito che è senz’altro preclusa all’odierna resistente e che esula altresì dalla cognizione cautelare della presente fase”. Insomma la valutazione sulla costituzionalità o meno di CasaPound non spetta certo a Zuckerberg. Che ha invece causato un danno di immagine al movimento della tartaruga frecciata. A Roma esiste (ancora) un giudice. E lo Stato di diritto non si è ancora totalmente dissolto. Con buona pace delle multinazionali straniere e della sinistra global.

Davide Di Stefano

4 Commenti

  1. “Quando sei in casa altrui devi accettare le REGOLE di chi TI OSPITA” Dice questo, per me sconosciuto, David Puente, “globalista semicolto” . Ed è veramente, ma guarda un po’! SPIEGATO BENE!!!!! Peccato che le STESSE PAROLE, in bocca, chesso’, alla Meloni, per dire le STESSE, MEDESIME COSE su CERTI CENSURABILI COMPORTAMENTI ed ATTI, (quanto meno!!! n.d.r.), compiuti quotidianamente da quelle che in boldrinesco sono nomate con sfrontata sfacciataggine: “RISORSE”, diventino parole che veicolano odio! Quindi che diventi DOVEROSO, da parte di chi PUÒ, l’ atto DERISORIO, DEMONIZZATO RIO & CENSORIO! Eppure, sia sto Puente, sia la Signora Meloni Giorgia, hanno espresso lo STESSO, MEDESIMO CONCETTO!!! Il SOMMO POETA, PADRE DELLA LINGUA ITALIANA, di sicuro non avrà pace naenche da morto!!!

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